domenica 27 marzo 2011

Yahoo!

La notizia dell'ordinanza che ingiunge a Yahoo di rimuovere i link ai siti che diffondono illecitamente un film ("About Elly") sta facendo il giro della blogosfera italiana. 


A differenza di altre notizie (vedi caso Google/Vividawn o il caso Youtube/Mediaset) non sembra aver subito attratto l'attenzione dei media stranieri, ma è probabile che lo farà presto.

Il tema è decisamente interessante: la responsabilità di un motore di di ricerca per aver reso disponibile i link attraverso i quali reperire in Internet materiale piratato (o comunque illecito: possiamo ipotizzare di tutto, da articoli diffamatori a pedopornografia).

Partiamo da un presupposto di diritto e da uno di fatto.

Quello di diritto è che la direttiva europea sul commercio elettronico, che regola la responsabilità di hosting providers, caching providers e mere conduits  non è stata pensata per regolare la responsabilità dei motori di ricerca

Quello di fatto è che un motore di ricerca non fa particolari indagini in relazione a quello che sta indicizzando: di regola i motori di ricerca operano automaticamente, leggendo e indicizzando pagine secondo criteri prefissati e del tutto automatici.  Intendiamoci: un moderno motore di ricerca non si limita ad indicizzare, fa anche una sorta di valutazione (ad es. il cosiddetto "ranking" di Google, che può dipendere da una pluralità di elementi) ma che concettualmente potrebbe dipendere anche dai contenuti.

Non è certo impossibile, almeno in teoria, dare istruzioni al motore di ricerca di filtrare i contenuti che indicizza e rende disponibili agli utenti (escludendo così l'accesso ad alcuni contenuti), ma occorre farsi prima alcune domande.


Partendo dal presupposto che l'indicizzazione – per garantire il necessario volume di pagine scandite - è automatica, ovviamente anche il filtraggio dovrà essere automatico. Alcuni limitati interventi sulle chiavi di ricerca sono già stati annunciati. I limiti del filtraggio automatico vero e proprio, però, sono alti: ci sono tecniche, anche sofisticate, di word filtering, ma i limiti sono comunque elevati e l'intervento umano per distinguere un contenuto illecito (ad esempio un'ingiuria) da uno lecito (ad es. un articolo o una sentenza su un caso di ingiuria) sarebbe comunque necessario.


Oltre tutto effettuando tale controllo preventivo, il motore di ricerca perderebbe il suo ruolo terzo e passivo rispetto ai contenuti ai quali facilita l'accesso e quindi il gestore del motore di ricerca - paradossalmente - aumenterebbe, invece di diminuire.

Attualmente, sulla base della  la direttiva europea sul commercio elettronico il controllo preventivo non è richiesto ad hosting provider, caching provider e mere conduit.

L'ordinanza del Tribunale di Roma ha riconosciuto ai motori di ricerca l'esenzione dell'obbligo di sorveglianza preventiva previsto dalla citata direttiva, ma ha ritenuto che la conoscenza dell'illiceità dei contenuti ai quali rimandano i link forniti dal motore di ricerca comporta l'obbligo di attivarsi per cancellare i link.

E' un'ordinanza (e resa per di più a seguito di esame sommario per cui non è detto che tutti i fatti siano stati esaminati a fondo), ma un provvedimento che "inibisce la ripetizione della violazione ... mediante il collegamento a mezzo dell'omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l'opera diversi dal sito ufficiale del film" mi sembra del tutto irrealizzabile. Badate bene che, oltre tutto, l'ordine non si riferisce al link ai contenuti, ma ai siti che violano i diritti di proprietà intellettuale (e quindi andrebbero verificati genericamente anche i contenuti ai siti linkati, oltre ai contenuti linkati direttamente?). 

In nessuna parte dell'ordinanza si indicano i link da eliminare.

Non vorrei parlare di assurdo, come fanno altri (più  autorevoli di me), certo è che il controllo preventivo uscito dalla porta, rischia di rientrare dalla finestra, visto che la presenza di contenuti illeciti (e in particolare di violazioni di proprietà intellettuale) su internet non è certo una novità.

domenica 13 marzo 2011

Il nucleare è sicuro (updated)?

Il nucleare è sicuro?

Bella domanda, specie in questi giorni e a fronte degli incidenti provocati dal terribile terremoto giapponese alle centrali nucleari della zona più colpita.

Ci sono siti che spiegano con gran dettaglio tecnico l'incidente e esaltano la sicurezza di queste centrali che hanno resistito ad un terremoto così catastrofico, addirittura più forte di quelli per le quali erano progettate.

Spiegano i tecnici che i reattori sono costruiti con criteri di sicurezza tali da resistere anche ad un attentato e persino ad un attentato stile 11 settembre e, in effetti, i reattori hanno tenuto.

I problemi sono iniziati subito dopo.

Il primo problema è stato paradossalmente (per una centrale elettrica) la mancanza di corrente: all'arrivo del sisma, infatti, le centrali sono state immediatamente fermate dai sistemi di sicurezza (che hanno funzionate perfettamente) ed hanno dovuto affidarsi ai generatori ausiliari diesel per la produzione della corrente necessaria al funzionamento degli apparati di raffreddamento (il vero tallone d'Achille delle centrali nucleari). Purtroppo i generatori ausiliari sono stati danneggiati (dal maremoto, pare) e le centrali si sono trovate a secco di energia per il funzionamento. Fortunatamente la sicurezza era stata presa sul serio ed era stato predisposto un secondo livello di sicurezza: le batterie d'emergenza, che però hanno durata limitata a poche ore.

Il secondo problema sono stati i rifornimenti d'acqua per il raffreddamento in quanto il terremoto ha in particolare danneggiato alcuni invasi destinati a contenere le notevoli quantità di acqua dolce necessarie per il raffreddamento della centrale.

Il risultato è che il primo reattore ad andare in crisi (Fukushima 1, quello attorno al quale si era verificata un'esplosione già ieri) è stato stabilizzato portando in gran fretta nuove batterie e nuovi generatori e pompando acqua di mare (pratica non consigliata per il normale raffreddamento in quanto l'acqua salata alla lunga è corrosiva per le tubazioni).

Si teme, però, la fusione parziale del nocciolo

In una diversa centrale (Tokai 2), l'impianto ha tenuto nonostante la perdita di due generatori su 3.

La situazione non si è ancora stabilizzata e mentre il numero delle vittime del sisma di impenna, nelle centrali si lavora alacremente per mettere in sicurezza gli impianti danneggiati.

Alla fine, il reattore è “a prova di bomba”, ma è difficile rendere a prova di bomba tutte le infrastrutture necessarie per la sicurezza di una centrale, specie in situazione di disastri e dobbiamo ancora aspettare per fare il conto dei danni.

Ho sempre trovato affascinante lo studio della sicurezza e della gestione delle emergenze, ma qual'è la morale che si può trarre, almeno al momento, dalla situazione?

La prima è che il nucleare può essere effettivamente reso sufficientemente sicuro, ma che la sicurezza del reattore in sé é condizione sì necessaria, ma non sufficiente.

Mi spiego: effettivamente le centrali giapponesi hanno affrontato un terremoto terribile senza danni ai reattori e con sistemi di sicurezza che nell'immediato hanno funzionato. Tuttavia, anche se è stato possibile realizzare reattori sicuri, la loro sicurezza dipende – in definitiva - da altri impianti più difficili da rendere “a prova di bomba”, come i gruppi elettrogeni, le pompe, gli impianti in genere e soprattutto gli invasi e le reti di trasporto e distribuzione dell'acqua di raffreddamento (per questi ultimi, in particolare, la loro stessa estensione costituisce una condizione di vulnerabilità in quanto rende difficile metterli in sicurezza).

La seconda è che – a fronte di quanto sopra – la sicurezza non è né facile né senza costi, anzi … Non per niente l'incremento del numero di centrali nucleari USA aveva già cominciato a calare già subito dopo dell'incidente di Three Mile Island e al conseguente inasprimento dei requisiti di sicurezza, per fermarsi decisamente dopo Chernobyl …..

Per mia esperienza, per fare sicurezza (contro i disastri, non contro i normali incidenti) le normali ridondanze non bastano, bisogna per lo meno duplicare le stesse misure di sicurezza e avere piani per gestire i disastri, specie a fronte di situazioni nelle quali può essere compromessa anche la percorribilità stessa delle strade e quindi la possibilità stessa di ricevere aiuti dall'esterno oltre che, parzialmente, la disponibilità di personale.

E il tutto deve essere garantito per tutta la durata della centrale che, a fronte degli altissimi investimenti che devono essere effettuati, spesso supera i 40 anni (e di questi tempi sta andando di moda il prolungamento della vita operativa delle centrali esistenti).

Grandissimo costi, insomma, fermi i miei complimenti ai giapponesi e tutti i miei auguri.

Update del 15 marzo:

Alla centrale di Fukushima le esplosioni si susseguono e si comincia a parlare di esplosioni all'interno di uno dei reattori e di uno schermo primario "probabilmente" danneggiato (dopo che le esplosioni dell'idrogeno già avevano scoperchiato le infrastrutture esterne).

La centrale è dura a morire,  ma sta morendo, nonostante gli sforzi incessanti dei tecnici e i silenzi del governo, che si è risolto a chiedere aiuto all'estero (aiuto che non verrà, ormai, perchè nessuno si fida e comunque nessuno può fare più niente).

E non è più neanche una "bella morte", visto che cominciano ad essere diffuse sui media voci di report di sicurezza falsificati.

Ma soprattutto mi ha fatto riflettere uno degli incidenti che si è verificato negli ultimi giorni: quello che  ha riguardato l'incendio di una certa quantità di materiale fissile esausto (il materiale esausto degli ultimi 20 anni d funzionamento)  conservato direttamente presso la centrale.

Non lo sapevo, ma le centrali nucleari sono anche siti di stoccaggio.

Non uno stoccaggio definitivo, però, uno stoccaggio in una semplice vasca disegnata - come spiega questo articolo - per conservare il materiale in attesa di uno stoccaggio definitivo. Uno stoccaggio definitivo che, però, non è ancora stato predisposto, aumentando ulteriormente la pericolosità della centrale.


venerdì 4 marzo 2011

Il diritto di indignarsi

Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, sentenza n. 4248 del 22 febbraio 2011:
"Ciò premesso, qualora la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell'autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell'interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita ... Ed è appena il caso di sottolineare come nell'esercizio del diritto di critica, mirante per definizione non ad informare ma a fornire giudizi e valutazioni personali, ben possano essere adoperate espressioni di commossa partecipazione alla vicenda che si racconta e di indignazione nei confronti di determinate situazioni che si siano venute oggettivamente a determinare"
Bene. Meno male che la Corte di Cassazione ci ricorda che abbiamo il diritto di indignarci, e pure il diritto di esprimerla, questa indignazione, e di darvi voce accorata.

Ma quanti si ricordano ancora di indignarsi di fronte ad una gestione della cosa pubblica così incurante e scellerata?
 

martedì 1 marzo 2011

Contrordine compagni?

La sentenza 7155 del 2011 della Corte di Cassazione, depositata solamente il 24 febbraio 2011, sta già facendo scalpore. 

Siamo sempre stati abituati a pensare che la stampa non si sequestra, salvi i casi eccezionali previsti dalla legge e d'altronde così e scritto sulla Carta Costituzionale.

Adesso spunta questa sentenza, segnalata dal sempre attento Marco Scialdone, che evidenzia la novità di quanto ora sostenuto dalla Suprema Corte, secondo la quale il divieto costituzionale di sequestro nei confronti della stampa non si applica al sequestro preventivo, ossia al sequestro motivato con l'esigenza di evitare che il reato (nel caso in questione, una diffamazione)  giunga ad ulteriori conseguenze.

Una bella 'novità', resa poi in un caso in cui (sequestro di blog) la questione dell'applicabilità della legge sulla stampa non aveva alcuna rilevanza (la questione  aveva già formato oggetto della sentenza 10535/2008).

Quale la motivazione? In sintesi si sostiene che l'art.21 della Costituzione non poteva riferirsi al sequestro preventivo (il sequestro operato per impedire che si protraggano o aggravino le conseguenze del reato), introdotto nel nostro ordinamento solo con il codice Vassalli del 1998, ma solo al sequestro probatorio (ossia al sequestro finalizzato solo ad acquisire le prove del reato), unica forma prevista al tempo della Carta Costituzionale.

L'argomentazione è, però, insostenibile: innanzitutto non è vero che prima del 1998 in Italia non esistessero i sequestri preventivi: esisteva  il "sequestro penale" che aggiungeva alle funzioni del sequestro probatorio le funzioni di prevenzione dei reati. Si sequestravano già allora le merci alterate o contraffatte, gli esplosivi, gli oggetti pericolosi, la stampa pornografica .. etc,. anche quando ai fini probatori erano sufficienti i verbali di ispezione o perquisizione ... Chi ha la mia età, poi,  ricorda bene, i "pretori d'assalto" che  - in tempi più recenti - dell'uso preventivo del sequestro ne fecero un fenomeno di costume e qualche volta di colore ....

Ma l'argomento letterale è insuperabile: la Carta Costituzionale prevede che il sequestro sia previsto da una norma espressa di legge che deve inoltre  indicare per quali delitti il sequestro può essere consentito e nemmeno implicitamente l'emanazione del codice Vassalli ha ampliato i casi di sequestrabilità della stampa.

E la chicca sono le tre sentenze citate dalla Corte di Cassazione a supporto della posizione espressa: delle tre solo la prima (del 2006) sostiene (in motivazione, poichè la massima ufficiale non la evidenzia) la tesi della sequestrabilità: le due più recenti si esprimono in senso assai netto per l'opinione contraria.

Bah ...
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giovedì 24 febbraio 2011

L'esaurimento del diritto va in Corte di Giustizia

Interessante questione portata alla Corte di Giustizia Europea dalla Corte Federale Tedesca.

La questione e' stata posta a seguito di una causa intentata da Oracle (nota software house statunitense) contro UsedSoft, un rivenditore di software usato.

Oracle lamenta la violazione dei termini delle sue licenze, che non consentono la duplicazione e la cessione, anche quando il prezzo è stato pagato interamente dal licenziatario e quest'ultimo non ha più intenzione di utilizzare il prodotto. UsedSoft invoca l'esaurimento del diritto.

Cos'è l'esaurimento del diritto? E' il principio secondo il quale il diritto della software house di impedire l'ulteriore circolazione della copia di un programma si esaurisce a seguito della prima cessione della licenza stessa.

La vita del software usato, nonostante il principio dell'esaurimento del diritto che pure sembrerebbe consentirla, è finora stata piuttosto dura, perchè spesso i contratti delle software house sono strutturati come licenze e non come cessioni proprio per escludere l'operatività dell'esaurimento del diritto.

Il Italia l'unico precedente è costituto da una una sentenza del Tribunale di Milano del 2002, che ha ritenuto prevalente comunque l'esaurimento del diritto in caso di trasferimento a titolo definitivo, anche in forza di una particolare previsione della normativa europea (il quindicesimo “considerando” della direttiva CE 91/250 che qualifica come licenze solo le cessioni a tempo limitato ed è stata usata a contrario per sostenere la natura di cessione , rilevante ai fini dell'esaurimento del diritto, dei trasferimenti senza limiti di tempo, ancorchè denominati licenze).
La questione è difficile e in salita, tenuto anche conto del fatto che le copie originali che sono state rivenduto erano state distribuite con download (che, almeno in Italia - cfr. art.17 L.d.A.-  non consente di giungere all'esaurimento del diritto) ....

Vedremo.

sabato 19 febbraio 2011

Ignorantia legis ...

... non excusat, specie quando riguarda il supremo organo giurisdizionale della nostra Repubblica.

La schermata riportata a fianco è tratta dal "servizio novità" della Corte di Cassazione, un servizio (a cura dell'Ufficio del Massimario) che pubblica le più recenti sentenze della Suprema Corte.

Quale disposizione di legge autorizza l'Ufficio del Massimario a limitare all' "uso personale" (che come tale sarebbe poco confacente all'utilità che ne possono trarre, ad es. avvocati,  magistrati o giornalisti nell'esercizio delle loro funzioni o professioni)?

L'articolo 5 della legge sul diritto d'autore (legge 633/1941)  statuisce che "le disposizioni di questa legge non si applicano ai testi degli atti ufficiali dello Stato e delle Amministrazioni pubbliche, sia italiane che straniere".
  
Quindi alle sentenze della Cassazione (e alle loro massime ufficiali, curate appunto dell'Ufficio del Massimario), a differenza dei lavori delle case editrici private, non si applica il diritto d'autore (e nemmeno il diritto sui generis a favore del costitutore di una banca dati, regolato dalla medesima legge).

Il legislatore (e la legge era firmata da Mussolini ... ) era preoccupato di assicurare la massima diffusione delle norme e degli altri atti ufficiali delle amministrazioni dello Stato (tra le quali, pacificamente, l'Ufficio del Massimario).

I motivi di pubblico interesse del legislatore sono evidenti. Quelli dell'Ufficio del Massimario no.

giovedì 17 febbraio 2011

Social network vietato sul posto di lavoro?

 E' difficile commentare un passo come quello che segue:
"Come da Lei ben conosciuto, la partecipazione a blog o social network durante l'orario di lavoro, è in palese contrasto con la diligente e puntuale esecuzione del lavoro e il ripetuto e reiterato utilizzo di mezzi personali, stante l'inutilizzabilità dei mezzi tecnici messi a disposizione dalla Cassa, testimonia e conferma la volontà pienamente cosciente di contravvenire alle norme per il regolare svolgimento dell'attività lavorativa".
E' la parte finale di una lettera di licenziamento: il licenziamento di un dipendente della Cassa di Previdenza dei Dottori Commercialisti, accusato (oltre che di non aver salutato il Presidente e di aver rivelato ad un utente inferocito il numero di telefono del Diretto Generale) di aver postato commenti caustici (offensivi?) su facebook utilizzando il proprio iPhone personale.

E' una lettera in certi passaggi grottesca: si pretende in particolare di utilizzare la policy aziendale (ampiamente richiamata in altri punti della lettera) di vietare l'uso personale dei personal computer aziendale. E perchè non vietare allora l'uso sul lavoro del proprio cellulare personale?

Non è un punto da poco: in nessun punto della lettera è valutata la prestazione del lavoratore, la sua produttività (tanto di moda ora ...): solo i modi e i mezzi (personali) usati.

Pretendere che il dipendente nel corso dell'orario di lavoro (che negli ultimi , specie nel privato, anni tende spesso a prolungarsi sempre di più ...) sia tagliato fuori da ogni contatto sociale, non solo è paranoico, è impossibile. Non è mai avvenuto e non capisco perchè con internet debba essere diverso.

Probabilmente è anche illegale. Riprendo sul punto il provvedimento 1° marzo 2007 del Garante per la protezione dei dati personali:
"Il luogo di lavoro è una formazione sociale nella quale va assicurata la tutela dei diritti, delle libertà fondamentali e della dignità degli interessati garantendo che, in una cornice di reciproci diritti e doveri, sia assicurata l'esplicazione della personalità del lavoratore e una ragionevole protezione della sua sfera di riservatezza nelle relazioni personali e professionali ...., riguardo al diritto ad ottenere che il trattamento dei dati effettuato mediante l'uso di tecnologie telematiche sia conformato al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato)".

lunedì 7 febbraio 2011

A Detroit invece ...



E' con malcelata soddisfazione che Marchionne ha presentato il nuovo spot della Chrysler, realizzato per il Super Bowl alla modica cifra di 9 milioni di dollari …

E' uno spot che trasuda orgoglio: l'orgoglio di una città che produce macchine: Detroit.

Tanto orgoglio per l'Italia, Marchionne non l'ha mai espresso, semmai ha detto che “Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l'Italia” e che nemmeno un euro dei due miliardi di utile 2010 viene dal nostro paese …..

Oggi per lavoro ero a Torino e non si respirava aria di orgoglio. Qualche sussurro nei corridoi e tanta rassegnazione: Torino – con le sue enormi fabbriche e suoi quartieri a vie ortogonali – è sempre di più una città ex industriale (non post-industriale, solo ex ….).

L'Italia ha aiutato - e salvato - la Fiat, più volte (l'ultima volta mettendo il suo fallimento a carico delle banche con il famigerato 'convertendo'), ma adesso è esausta.

Le macchine che FIAT vende in Italia sono troppo poche (e negli altri paesi europei semplicemente non vende).
E quindi via, con la benedizione del Governo.

In Italia si produrranno ancora auto, certo, ma si produrranno auto straniere, come in Serbia …

domenica 6 febbraio 2011

Dove vanno gli eBook?


 Dove vanno gli eBook?

Qualche giorno fa leggevo che nel mondo dell'editoria vi sono forti aspettative per gli eBook e che, secondo alcuni studi, nel 2014 la maggioranza dei libri sarà venduta in forma elettronica.

In effetti si è vista una forte spinta pubblicitaria e di offerta da parte delle case pubblicitarie, ma anche di altri operatori come le telefoniche (ad. es.TIM con il “biblet”) che hanno fiutato la possibilità di un affare (nel caso delle telefoniche vendere i dispositivi e il collegamento internet necessario per scaricare gli eBook tramite collegamento UMTS).

Ma sono realistici questi obiettivi?

Secondo me no: al tempo del boom del commercio elettronico sembrava che le compravendite tramite internet avrebbero dovuto soppiantare il commercio tradizionale e apportare grandissimi vantaggi agli utenti. Prima ancora si diceva che con l'home banking sarebbero sparite le code in banca. E così via.

In realtà si è visto che queste nuove forme elettroniche coprono bene alcune esigenze di nicchia (spesso nuove esigenze), ma faticano ad entrare nei campi tradizionali.

Un po' è pigrizia e un cattivo rapporto con la tecnologia: molti utenti non sono affatto in cerca di avventure 'tecnologiche': preferiscono fare i chilometri con la macchina per comperare un capo d'abbigliamento scontato, ma non lo comprerebbero mai on-line (cosa che alcuni miei conoscenti fanno con soddisfazione), nemmeno se si tratta di vestiti per bambini (dove le taglie sono un problema comunque e il vestito non deve necessariamente durare).

Io stesso uso un po' il commercio elettronico per comprare libri (in effetti il commercio elettronico in Italia è iniziato con Amazon …) e molto per comprare accessori tecnologici, dalla custodia per il Tom Tom alle cartucce della stampante, ai regali di Natale, dove si fanno risparmi interessanti (oltre alla possibilità di trovare ricambi – come l'alimentatore del mio Asus 700 – praticamente introvabili nei negozi.

Anzi, direi che per i ricambi e accessori Ebay è ormai insostituibile (si dice che anche la NASA abbia fatto ricerche su Ebay per ricambi introvabili necessari per gli Shuttle ….), ma sui consumi 'tradizionali' la penetrazione è meno marcata (anche se ora Ebay si sta spingendo nella compravendita di case e automobili).

Ma oltre alla pigrizia e al rapporto 'passivo' di molti utenti con la tecnologia (che passano con sorprendente e uguale facilità dall'accettazione stupida – cfr. phishing – al rifiuto totale ….) c'è l'aspetto economico ...

Il commercio elettronico, soprattutto quello delle grandi case, non restituisce vantaggi economici agli utenti: se compri un libro su Amazon, il costo di libro e della spedizione è spesso superiore a quello del libro in libreria. Spesso la motivazione dell'acquisto elettronico è l'assortimento, non il prezzo. Cosa diversa se ti rivolgi (rischiando un po' di più, ma non troppo, a conti fatti) a mercanti un po' più … di seconda fascia, come quelli che si trovano su Ebay (vedi le mie cartucce, che – spedizione compresa - pago un quarto di quanto le pagherei in negozio vanno bene uguale se non meglio...).

Grazie a questa situazione dubito molto che attualmente l'eBook convenga a qualcuno.

I problemi sono due: i prezzi degli eBook e il lettore.

I prezzi degli eBook sono assurdamente alti: mi è capitato di vedere alcuni casi (libri di cassetta su Amazon) dove l'eBook costava di più del libro cartaceo: con l'eBook si risparmiava qualcosa sulla spedizione e poi avevi il piacere di avere subito il libro, ma tutto sommato la sensazione è quella di venir presi per il c.... se si tiene conto dei risparmi che un eBook consente ad un editore.

Anche normalmente, sui siti dei grandi negozi online (anche associati agli editori), il risparmio è 'magro' (più che altro la convenienza è sul libro fisico comprato on line).

Poi c'è il problema del lettore, che da solo costa sui 200 euro (anche di più se poi scopri che la custodia – della quale non puoi fare a meno se lo usi in viaggio - non è magari compresa nel prezzo …).

Leggere gli eBook su un computer o su un iPad si può, ma gli schermi lucidi e molto illuminati irritano gli occhi e così ci vuole un lettore dedicato …....

Certo, con l'eBook hai il vantaggio della scelta amplissima di titoli, ai quali puoi aggiungere i libri in pubblico dominio distribuiti, ad es., dal “progetto Gutemberg”, o dall'autore stesso.

Già perchè in molti casi gli autori (specie di libri tecnici) non fanno soldi con le vendite del libro: il loro vantaggio viene dalla diffusione delle loro idee (e del loro nome) e quindi la possibilità di distribuire gratuitamente (o eventualmente a basso prezzo) la propria opera è un vantaggio grandissimo. Attualmente – per fare un esempio – molte case giuridiche chiedono un contributo all'autore per pubblicare un libro cartaceo. Altalex, invece, vende eBook a prezzi molto convenienti. Altri, come Computerlaw 2.0 e Simone Aliprandi hanno deciso di saltare il fosso e privilegiare la diffusione e li distribuiscono gratis.

Qui è il potenziale enorme dell'eBook: ti consente di “disintermediare”: di non legarti ad una casa editrice per pubblicare le tue opere e di reperire opere in pubblico dominio ancora di grande valore.

Il problema è il lettore, che è un costo non giustificabile, quanto meno finchè rimane monofunzionale (non capisco perchè un lettore che ha collegamento UMTS non debba quanto meno gestire la posta e una rudimentale navigazione su internet e magari le telefonate). Ora il mercato degli eBook reader è spesso guidato da soggetti (librerie on line o telefoniche) che hanno interesse a vincolare l'uso del lettore ai soli eBook (e alla fine lo rendono poco appetibile) invece di farlo evolvere come tablet. Poi ci sono problemi tecnologici (lo schermo specializzato necessario per i libri), ma la tecnologia evolve e qualche esempio di schermo dual use sembra ci sia già.

Sperèm ...



lunedì 24 gennaio 2011

Unbundling windows (la via italiana)

Avevo già scritto qualcosa sull'argomento tempo fa.

C'erano già state azioni legali individuali in Italia, come pure in Francia e in diversi altri paesi, con Microsoft per la pratica, posta in essere di concerto con i principali produttori di computers mondiali,  di legare (a quanto pare) inscindibilmente il proprio sistema operativo a quasi ogni nuovo computer prodotto.

La questione aveva anche attratto l'attenzione dell'autorità antitrust della Federazione Russa.

Ora in Italia, un'associazione di consumatori ha deciso di tentare la via della "class action" per ottenere che Microsoft renda effettivo il diritto di comprare un personal computer senza sistema operativo Windows e di riavere indietro i soldi della licenza quando - come pressochè sempre accade - il computer esce dalla fabbrica con il sistema operativo già caricato.

Avrà successo la class action e, soprattutto, nel val la pena fino a tanto che Microsoft offre rimborsi di circa 30 euro nei (rari ) casi in cui un consumatore riesce a giungere al termine della complicata procedura per rinunciare alla immancabile licenza?

La questione però tocca un punto centrale nella formula del successo  di Microsoft, che è inscindibilmente legato alla santa alleanza con i produttori di personal computer, che ha senz'altro contribuito a far sì che oltre il 90% dei computer mondiali esca dalla fabbrica con Windows a bordo ....

Languagesfr>en YahooCE
stesso

mercoledì 5 gennaio 2011

Il fumo atomico

Il nucleare è un argomento fortemente emotivo.

Possiamo metterla come vogliamo, ma le immagini della forza devastante del nucleare (non solo le immagini di Chernobyl, ma anche - specie per le generazioni che hanno vissuto, anche brevemente, la “guerra fredda”- quelle di Hiroshima e persino le vecchie immagini dell'atollo di Bikini con il famoso 'fungo atomico'), sono entrate in modo prepotente nell'immaginario collettivo di tutti noi.

E in Italia, sul nucleare si sta giocando sporco.

L'Italia vive, in materia di nucleare un profondo senso di colpa. Nel 1987 sono stati votati – a larga maggioranza – tre referendum contro l'intervento pubblico nel settore nucleare e da allora nella coscienza degli italiani ha cominciato ad insinuarsi (o ad essere insinuato?) il dubbio che il referendum fossero il frutto di una scelta emotiva, antistorica e in fondo sbagliata. Il dubbio che forse si fosse buttato via il bambino con l'acqua sporca, che mentre in Italia si vietava, all'estero si sviluppava il nucleare con grandi benefici per tutti …

E' così?

Mah, ci sarebbe bisogno di un sereno dibattito, ma il problema è che l'argomento del nucleare, oltre ad essere un argomento emotivo (o forse proprio perchè è un argomento emotivo), è diventato un argomento di propaganda politica.

E non giova alla serenità della discussione il disinteresse interessato di campagne (dal costo, pare, di circa 6 milioni di euro) come quella promossa da www.forumnucleare.it, un'associazione che vede tra i soci sostenitori- guarda caso - sia ENEL che EDF (le compagnie energetiche pubbliche di Italia e Francia).

Per giungere ad una posizione ci vorrebbe l'aiuto di un esperto (possibilmente disinteressato …), ma secondo me può essere comunque utile evidenziare alcuni elementi, non così difficili da reperire , che possono aiutare ad affrontare (e secondo me a superare) il “senso di colpa” e a sfatare alcuni “miti” ben radicati nella coscienza collettiva.

Il primo mito è quello secondo il quale la scelta italiana sarebbe stata antistorica e in controtendenza con gli altri principali paesi. Falso: nel 1987 il nucleare ha subito uno stop in tutto il mondo. I dati della produzione nucleare statunitense sono inequivocabili: tutte le centrali nucleari attualmente in funzione derivano da progetti iniziati prima del 1987

In proposito, il grafico che segue, tratto da wikipedia, è assolutamente esaustivo.



Ad oggi, in tutto il mondo le nuove centrali in costruzione sono in grandissima maggioranza in Cina, India e paesi ex Urss (su 65 centrali in costruzione, solo 2 sono in costruzione in Francia e USA – dove devono tra l'altro affrontare l'obsolescenza del parco installato – 2 in Giappone, 4 in Corea del Sud, contro 11 in Russia, 6 in India e 26 in Cina. Tra gli outsider si notano: 1 in Pakistan, 1 in Iran ...). 

In effetti, proprio dai dati dalla produzione americana (dove l'energia nucleare è prodotta da compagnie private e non vi è stato alcun referendum), sembra proprio emergere uno scenario secondo il quale i due choc nucleari (l'incidente rischiato di Three Mile Island e quello purtroppo avvenuto di Chernobil) abbiano in effetti raffreddato l'interesse dell'economia (e non della politica …) verso il nucleare. Un raffreddamento che – nei paesi con economia di mercato (e senza volontà di potenza, come alcuni paesi dell'ex blocco dell'est, oltre a Pakistan e Iran dove la corsa al nucleare è continuata) – dura da trent'anni, salva una debole ripresa dell'ultimissimo periodo.

Il secondo mito da sfatare è (come segnala Chicco Testa, a suo tempo promotore dei referendum e ora passato ai 'nuclearisti') il fatto che i referendum abbiano vietato il nucleare in Italia. Non è affatto così: i referendum hanno abrogato: (primo quesito) norme che consentivano di costruire centrali nucleari anche senza il consenso dei comuni e delle regioni; (secondo quesito) norme che prevedevano finanziamenti alle regioni che accettavano centrali nucleari e (terzo quesito) norme che consentivano all'ENEL di partecipare alla realizzazione e all'esercizio di centrali nucleari all'estero.


Tra l'altro nessuna delle abrogazioni disposte dal referendum fu in pratica rispettata. Copio e incollo dal sito newclear.it (il blog dei 'nuclearisti'): -  -

... quei tre quesiti sono stati superati dalla storia. Il potere sostitutivo del Cipe ancora esiste, ed è stato addirittura introdotto nella Carta costituzionale con la riforma del titolo quinto del 2001. L’erogazione dei contributi ai territori che ospitano impianti termoelettrici è proseguita nonostante l’esito referendario. E il divieto per l’Enel di assumere partecipazioni all’estero nel settore nucleare è decaduto con la privatizzazione dell’azienda. Questo consente all’Enel di svolgere all’estero attività legate al nucleare...“

E allora perchè sono state chiuse?

Non certo in forza del referendum, anche tenuto conto che Caorso, l'unica centrale veramente operativa, fu chiusa quasi 3 anni dopo, nel 1990.

Il terzo mito è che il nucleare dia l'indipendenza energetica dall'estero.

Sotto questo aspetto vanno tenuti presente due aspetti:

  1. il nucleare si presta bene a produrre una “base” di energia, ma le centrali non possono essere spente tanto facilmente e resta sempre il problema dei picchi di energia (ce l'hanno anche i francesi);
  2. la tecnologia nucleare e la materia prima (l'uranio) vanno comprati dall'estero e a costi non indifferenti, né facilmente quantificabili a priori.

Soprattutto il secondo punto fa si che l'indipendenza dall'estero possa risultare più apparente che reale.

La tecnologia nucleare si è infatti sviluppata da tempo al traino degli investimenti militari e non è un caso che i paesi leader nelle relative tecnologie (USA, Russia, Francia e ora Cina) siano tutte superpotenze nucleari. In tutti questi paesi l'investimento pubblico è stato fortissimo già dall'immediato dopoguerra, con chiari obiettivi politici e militari (un esempio è stato la Francia che ha sempre avuto l'obiettivo di dotarsi di una forza militare che la rendesse indipendente anche dalla NATO). Le relazioni tra investimenti pubblici (militari) e costo del nucleare sono state chiaramente spiegate da un esperto – Carlo Rubbia – in questo intervento televisivo.


L'Italia questi interventi pubblici non li ha mai avuti (quanto meno non nella misura della Francia e delle altre superpotenze) perchè l'obiettivo di fare dell'Italia una potenza nucleare non è mai entrato nell'agenda politica.

Inoltre l'uranio è un minerale che – almeno ad oggi – si trova solo in pochi posti nel mondo e – a fronte degli ingenti investimenti necessari per acquisire una capacità nucleare - è difficile avere certezza di avere un rifornimento costante nel tempo in termini di qualità e prezzi (negli ultimi anni – nonostante il forte afflusso di uranio militare derivante dalle testate atomiche smantellate – il prezzo dell'uranio è in forte aumento …).

Mancanza di tecnologia e mancanza di accesso al minerale, rendono così necessario associarsi ai programmi di un paese straniero (nel nostro caso la scelta è caduta sulla Francia e quindi su EDF …), assumendosi i relativi costi, ma senza poterne assumere il controllo, e così anche il sogno dell'indipendenza dall'estero rischia di rimanere – appunto – un sogno.

Tutto ciò premesso e anche senza bisogno di prendere in considerazione il problema di trovare siti nucleari in un pase in cui le zone più adatte -ossia on sismiche e ricche di acqua dolce) sono anche tra le più densamente popolate d'Europa o i problemi dello smaltimento delle scorie radioattive, la scelta di tornare o meno al nucleare è una scelta difficile   che non va fatta sulla scorta dell'emotività e dello spirito di revache (magari anche solo di matrice politica...).

venerdì 31 dicembre 2010

Buon anno!



Questo video ha contribuito a risolvere uno dei dubbi più esistenziali che mi assillavano: a che servono le sciabole da sommelier che alcuni rinomati negozi di articoli da casa e da regalo espongono in questi giorni in vetrina? A che potevano servire le sciabole da granatiere che non è difficile trovare esposte da un brocante francese?

Ad aprire, le bottiglie da champagne! Ma è ovvio ....

La pratica si chiama "sabrage", che pare sia stata resa di moda nientemeno che da Napoleone Bonaparte e consiste nell'aprire la bottiglia di champagne con un colpo di sciabola.

In pratica si sfrutta la tensione alla quale è sottoposta la bottiglia a causa della notevole pressione interna, per cui un colpo secco con il dorso della lama è sufficiente a far saltare di netto il tappo con l'anello di vetro che lo circonda e senza provocare schegge. Se si è abbastanza bravi, si può tentare, come nel video, con il bordo del bicchiere stesso.

Cin cin!

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