domenica 3 febbraio 2008

Tutto il mondo è paese?

Su "il tragicomico mondo del lavoro" - un blog che ho scoperto da poco, ma che si sta rivelando un'interessante fonte di informazioni e di spunti - è stato pubblicato un post su una liberalizzazione del settore dei Taxi che il governo Sarkozy starebbe attuando in questi giorni.

Tale liberalizzazione - udite, udite - sta incontrando la viva opposizione degli interessati, che - in particolare - si lamenterebbero della diminuzione dei loro guadagni, nonchè del fatto che in molti casi ciò impedirebbe di rientrare delle ingenti spese incontrate per acquistare le licenze.

Vi ricorda niente tutto ciò?

Al di là del fatto contingente, la tesi degli ultimi post di questo blog è che la Francia, a seguito del "Rapporto Attali", starebbe imboccando proprio alcune riforme che l'Italia ha già realizzato, in particolare con riferimento al mercato del lavoro.

Stanti comunque le molte somiglianze tra Italia e Francia, l'idea di un confronto tra le due esperienze mi sembra molto interessante, perchè è un fatto che l'Italia - come del resto l'Europa - è interessata da più di un decennio da idee e riforme di stampo sostanzialmente "liberista", spesso propugnate come adeguamento alla realtà di altri paesi , senza che una qualche analisi, anche empirica, sia effettuata sulla realtà degli altri paesi e soprattutto sugli effetti (anche comparati) di certe politiche.


7 commenti:

lavoroalavoro ha detto...

Quando ho iniziato il mio percorso di sopravvivenza tra le insidie delle paludi politco-economiche, non avrei mai immaginato di poter meritare, addirittura, la menzione del mio “lavoro” in un intero post. Grazie.
Le molte somiglianze tra le esperienze delle nazioni europee, derivano dal tentativo di unificare e rendere unilateralmente produttiva la, ormai, obsoleta economia europea.
Con un lavoro intenso di ricerca delle fonti, ho cercato di incasellare alcune ipotesi che già mi erano balenate alla mente. Una certa strategia economico-politica europea, atta a destabilizzare le sicurezze acquisite per ricondurre ad un’unica matrice neo-liberista un sistema produttivo ormai in regresso, è stata concretizzata nel lontano 2000 a Lisbona, in cui venne approvato definitivamente un nuovo piano che sfociasse in un’economia non più industriale, ma basata sulla conoscenza con obiettivi strategici rivolti alla ricerca e sviluppo nel campo delle comunicazioni, a prima vista intesi come scambio di conoscenze innovative, ma in realtà rivolti verso l’e-commerce; al sostegno alle Piccole e Medie Imprese (PMI), da ammettere con procedimenti normativi a partecipare anche agli appalti pubblici, quelle stesse PMI considerate (come ora in Francia) il futuro per la creazione di nuovi posti di lavoro; alla concretizzazione di riforme che liberalizzassero il mercato del lavoro e quello finanziario (àmbiti in cui la recente regolamentazione ha agito in maniera indiscriminata, causando disagi inenarrabili); all’istruzione e formazione (a vita), in una “società dei saperi”, che hanno dato la stura a corsi di formazione grotteschi, risibili e dispendiosi per la collettività; a tutele sociali, politiche attive per l’occupazione e l’inclusione sociale. Per concludere, tutto questo per mobilitare i “mezzi necessari”, concedendo la BEI (Banca Europea degli Investimenti) e tutte le banche ad essa collegate di finanziare (con tassi per lo più pericolosamente variabili) la crescita della nuova “economia della conoscenza”.
Ringraziando per l’accoglienza, chiedo scusa per la prolissità.

lavoroalavoro ha detto...

Errata corrige:

Era mia intenzione scrivere: "concedendo ALLA BEI... e A tutte le banche...".
Chiedo scusa.

herr doktor ha detto...

>Quando ho iniziato il mio percorso di >sopravvivenza tra le insidie delle paludi >politco-economiche, non avrei mai >immaginato di poter meritare, >addirittura, la menzione del mio “lavoro” >in un intero post. Grazie

Grazie di che? ;-)
Il campo dell'economia e delle riforme economiche è un campo spesso intriso di pura ideologia e quai sempre di pressapochismo
Io sono un'ignorante in materia, ma il tuo approccio mi sembra lontano dai pericoli di cui sopra e comunque pacato , argomentato e stimolante.

>Le molte somiglianze tra le esperienze >delle nazioni europee, derivano dal >tentativo di unificare e rendere >unilateralmente produttiva la, ormai, >obsoleta economia europea.
>... Una certa strategia >economico-politica europea, atta a >destabilizzare le sicurezze acquisite >per ricondurre ad un’unica matrice >neo-liberista un sistema produttivo >ormai in regresso

Ecco ... che ci sia un regresso dell'economia europea e una tendenza al liberismo, credo sia nella percezione di tutti, anche dei più ignoranti, come me

in cosa si materializzi questo 'regresso' e quale sia la relazione di causa-effetto tra regresso e liberismo (se cioè il liberismo sia conseguenza del regresso, cura per il regresso o - parziale causa del regresso stesso) non mi sono chiarissimi, fermo che la perdita d'importanza dell'europa non mi sembra conseguenza esclusiva della mancanza di liberismo (l'attuale situazione 'non florida' degli USA mi fa pensare che la mancanza di 'libertà' per l'impresa non sia un fattore determinante della vicende della floridezza di una nazione e della sua popolazione)

per un particolare percorso intellettuale mio proverei a partire dal 'regresso'

ciao

herr doktor ha detto...

p.s.: sai se c'è una traduzione in inglese del 'rapporto Attali'?

lavoroalavoro ha detto...

Il liberismo in se stesso non genera regresso, quello che crea problemi, almeno in Italia, è il regime economico di policy mix, in cui da un lato viene richiesta una moderazione salariale, dall’altro un intervento più “sostanzioso” e tutele maggiori da parte dello Stato. Sappiamo tutti che questo non è avvenuto, anzi è stata attuata solamente la moderazione salariale, mentre lo Stato si defila sempre di più, “spacchettando” tutte le sue “imprese”, entrando nel mercato come un comune prestatore di servizi (a pagamento), continuando, però, ad esercitare con il Parlamento la sua funzione legislativa quasi sempre mirata ad avere ricavi di origine fiscale. In Europa è stata studiata una strategia economica, che è stata travisata e resa “illeggibile” ed inattuabile a causa delle normative vessatorie nei confronti dei cittadini.
Il regresso è dovuto al blocco totale del mercato del lavoro, oberato dalle ingerenze politiche tendenti al controllo di ogni transazione, sia essa di ordine finanziario o lavorativo. Difficile quindi per imprese e cittadini incontrarsi liberamente in un campo neutro e vedere riconosciuto per un lavoratore un libero scambio per prestazioni d'opera.
Comunque, cercherò di continuare il mio percorso insidioso tra le paludi politico-economiche per trovare uno straccio di verità. ;o)
Ciao e grazie ancora.

P.S. Non ho trovato alcuna traduzione inglese del rapporto Attali.

herr doktor ha detto...

grazie della risposta
due osservazioni: che il liberismo non generi recessione è probabilmente vero in se, ma il liberismo è "a rischio" di creare o accentuare ineguaglianze (se non temperato da meccanismi più o meno forzosi di ritrasferimento della ricchezza, in quanto in meccanismo in tal senso non è connaturato nel liberismo stesso
Il problema italiano attuale (le famiglie non ce la fanno) è fortemente legato anche alla 'moderazioni salariale'. Quando fu indetto il referendum sulla scala mobile, ci dissero che serviva a spezzare il cerchi o dell'inflazione e a rendere più competitivi i prodotti
Ora, l'inflazione non si è certo fermata, mentre si è comunque fermato (checchè ne dica l'ISTAT) il potere di acquisto delle famiglie italiane (ormai è evidente al di là di ogni dato ufficiale che da' puntualmente i salari in crescita rispetto all'inflazione .... ma dove?)
Così le imprese hanno un mercato interno (il primo mercato) che assorbe di meno, con la conseguenza che, vendendo meno, alzano i prezzi per salvare i profitti .....
nel frattempo non si è investito in innovazione (sia di tecnologie che organizzazione - vecchi punti deboli dell'impresa italiana che ha sempre puntato sul 'sudore')
così i nostri prodotti non sono appetibili sui mercati esteri perchè cari comunque e comunque superati ....

bah ...

lavoroalavoro ha detto...

Sono d’accordo con le tue osservazioni sul liberismo, però quello “all’italiana”, non del laissez faire di antica memoria, costruito da imprenditori che non rischiano i propri capitali, ma vivono di elargizioni europee, i quali non nutrono interesse verso una sana concorrenza (con tendenza dei prezzi al ribasso) e nei riguardi delle tanto decantate “innovazione & ricerca”, che porterebbero ad una visione economica di ampio respiro, causando, nelle condizioni attuali, disparità profonde tra classi sociali blindate, in cui gli individui, al livello medio o più basso, sono incastrati senza speranza di espansione verticale. Piuttosto, potrei affermare che stiamo andando verso un neo-liberismo, in cui lo Stato si defila sempre di più, privatizzando tutti i servizi pubblici (ferrovie, trasporti urbani, energia, etc.), abolendo la chiusura doganale e trasformando i suoi servizi essenziali come la sanità, l’istruzione, gli aiuti finanziari (strapagati dai cittadini con una tassazione che raggiunge l’abominio) in operazioni imprenditoriali e di speculazione finanziaria, per realizzare profitti.
La moderazione salariale, messa in atto per ridurre i costi previdenziali e per frenare l’inflazione, senza la contropartita delle tutele e dei servizi statali offerti alla popolazione, nasconde l’insidia della “pauperizzazione” dei ceti medio-bassi, mandata ad effetto per perpetrare un’ulteriore speculazione a livello di credito al consumo (e chiamiamolo coraggiosamente “prestito”!) a detrimento dei cittadini meno abbienti, che lo saranno sempre di più, inghiottiti dal gorgo onnivoro di questo rinnovato e malinteso liberismo.
Il potere d’acquisto è sceso ai minimi storici (le ricerche e le analisi dell’ISTAT hanno sempre avuto uno sfondo “creativo” per non generare allarmismo nella popolazione) e le imprese “alzano i prezzi per salvare i profitti”, come hai giustamente notato, ma con la conseguenza di ottenere una maggiore chiusura da parte dei consumatori sfiduciati, i quali si stanno allenando a sopravvivere in condizioni post-belliche.

Al tuo “bah…” vorrei aggiungere un “Mah…”! :o)

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