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domenica 4 marzo 2012

Privatizzare la Polizia?

"Logo Land" è un libro di fantascienza uscito ormai quasi 10 anni fa (nel 2003) e che descrive una società dove il settore privato ha assunto quasi tutto il potere, lasciando agli stati compiti del tutto marginali.

Tra gli altri servizi privatizzati ci sono ormai la giustizia e la polizia.

La polizia "statale" limita la propria attività alla prevenzione, mentre le indagini su illeciti già avvenuti sono ritenute antieconomiche e quindi sono privatizzate: chi intende far svolgere un'indagine deve fare un contratto con la polizia (o un'altra organizzazione privata concorrente), che poi può decidere di subappaltare il lavoro ad organizzazioni più economiche ...

E' un'opera di fantasia, ma oggi leggo su The Guardian che la due tra le più grosse polizie del Regno Unito hanno lanciato una gara d'appalto (per un un miliardo e mezzo di sterline) per privatizzare compiti di polizia come lo svolgimento delle indagini e la detenzione dei soggetti arrestati ...

Estratti del contratto possono essere letti a questo link.

Meno stato e più mercato...

mercoledì 5 gennaio 2011

Il fumo atomico

Il nucleare è un argomento fortemente emotivo.

Possiamo metterla come vogliamo, ma le immagini della forza devastante del nucleare (non solo le immagini di Chernobyl, ma anche - specie per le generazioni che hanno vissuto, anche brevemente, la “guerra fredda”- quelle di Hiroshima e persino le vecchie immagini dell'atollo di Bikini con il famoso 'fungo atomico'), sono entrate in modo prepotente nell'immaginario collettivo di tutti noi.

E in Italia, sul nucleare si sta giocando sporco.

L'Italia vive, in materia di nucleare un profondo senso di colpa. Nel 1987 sono stati votati – a larga maggioranza – tre referendum contro l'intervento pubblico nel settore nucleare e da allora nella coscienza degli italiani ha cominciato ad insinuarsi (o ad essere insinuato?) il dubbio che il referendum fossero il frutto di una scelta emotiva, antistorica e in fondo sbagliata. Il dubbio che forse si fosse buttato via il bambino con l'acqua sporca, che mentre in Italia si vietava, all'estero si sviluppava il nucleare con grandi benefici per tutti …

E' così?

Mah, ci sarebbe bisogno di un sereno dibattito, ma il problema è che l'argomento del nucleare, oltre ad essere un argomento emotivo (o forse proprio perchè è un argomento emotivo), è diventato un argomento di propaganda politica.

E non giova alla serenità della discussione il disinteresse interessato di campagne (dal costo, pare, di circa 6 milioni di euro) come quella promossa da www.forumnucleare.it, un'associazione che vede tra i soci sostenitori- guarda caso - sia ENEL che EDF (le compagnie energetiche pubbliche di Italia e Francia).

Per giungere ad una posizione ci vorrebbe l'aiuto di un esperto (possibilmente disinteressato …), ma secondo me può essere comunque utile evidenziare alcuni elementi, non così difficili da reperire , che possono aiutare ad affrontare (e secondo me a superare) il “senso di colpa” e a sfatare alcuni “miti” ben radicati nella coscienza collettiva.

Il primo mito è quello secondo il quale la scelta italiana sarebbe stata antistorica e in controtendenza con gli altri principali paesi. Falso: nel 1987 il nucleare ha subito uno stop in tutto il mondo. I dati della produzione nucleare statunitense sono inequivocabili: tutte le centrali nucleari attualmente in funzione derivano da progetti iniziati prima del 1987

In proposito, il grafico che segue, tratto da wikipedia, è assolutamente esaustivo.



Ad oggi, in tutto il mondo le nuove centrali in costruzione sono in grandissima maggioranza in Cina, India e paesi ex Urss (su 65 centrali in costruzione, solo 2 sono in costruzione in Francia e USA – dove devono tra l'altro affrontare l'obsolescenza del parco installato – 2 in Giappone, 4 in Corea del Sud, contro 11 in Russia, 6 in India e 26 in Cina. Tra gli outsider si notano: 1 in Pakistan, 1 in Iran ...). 

In effetti, proprio dai dati dalla produzione americana (dove l'energia nucleare è prodotta da compagnie private e non vi è stato alcun referendum), sembra proprio emergere uno scenario secondo il quale i due choc nucleari (l'incidente rischiato di Three Mile Island e quello purtroppo avvenuto di Chernobil) abbiano in effetti raffreddato l'interesse dell'economia (e non della politica …) verso il nucleare. Un raffreddamento che – nei paesi con economia di mercato (e senza volontà di potenza, come alcuni paesi dell'ex blocco dell'est, oltre a Pakistan e Iran dove la corsa al nucleare è continuata) – dura da trent'anni, salva una debole ripresa dell'ultimissimo periodo.

Il secondo mito da sfatare è (come segnala Chicco Testa, a suo tempo promotore dei referendum e ora passato ai 'nuclearisti') il fatto che i referendum abbiano vietato il nucleare in Italia. Non è affatto così: i referendum hanno abrogato: (primo quesito) norme che consentivano di costruire centrali nucleari anche senza il consenso dei comuni e delle regioni; (secondo quesito) norme che prevedevano finanziamenti alle regioni che accettavano centrali nucleari e (terzo quesito) norme che consentivano all'ENEL di partecipare alla realizzazione e all'esercizio di centrali nucleari all'estero.


Tra l'altro nessuna delle abrogazioni disposte dal referendum fu in pratica rispettata. Copio e incollo dal sito newclear.it (il blog dei 'nuclearisti'): -  -

... quei tre quesiti sono stati superati dalla storia. Il potere sostitutivo del Cipe ancora esiste, ed è stato addirittura introdotto nella Carta costituzionale con la riforma del titolo quinto del 2001. L’erogazione dei contributi ai territori che ospitano impianti termoelettrici è proseguita nonostante l’esito referendario. E il divieto per l’Enel di assumere partecipazioni all’estero nel settore nucleare è decaduto con la privatizzazione dell’azienda. Questo consente all’Enel di svolgere all’estero attività legate al nucleare...“

E allora perchè sono state chiuse?

Non certo in forza del referendum, anche tenuto conto che Caorso, l'unica centrale veramente operativa, fu chiusa quasi 3 anni dopo, nel 1990.

Il terzo mito è che il nucleare dia l'indipendenza energetica dall'estero.

Sotto questo aspetto vanno tenuti presente due aspetti:

  1. il nucleare si presta bene a produrre una “base” di energia, ma le centrali non possono essere spente tanto facilmente e resta sempre il problema dei picchi di energia (ce l'hanno anche i francesi);
  2. la tecnologia nucleare e la materia prima (l'uranio) vanno comprati dall'estero e a costi non indifferenti, né facilmente quantificabili a priori.

Soprattutto il secondo punto fa si che l'indipendenza dall'estero possa risultare più apparente che reale.

La tecnologia nucleare si è infatti sviluppata da tempo al traino degli investimenti militari e non è un caso che i paesi leader nelle relative tecnologie (USA, Russia, Francia e ora Cina) siano tutte superpotenze nucleari. In tutti questi paesi l'investimento pubblico è stato fortissimo già dall'immediato dopoguerra, con chiari obiettivi politici e militari (un esempio è stato la Francia che ha sempre avuto l'obiettivo di dotarsi di una forza militare che la rendesse indipendente anche dalla NATO). Le relazioni tra investimenti pubblici (militari) e costo del nucleare sono state chiaramente spiegate da un esperto – Carlo Rubbia – in questo intervento televisivo.


L'Italia questi interventi pubblici non li ha mai avuti (quanto meno non nella misura della Francia e delle altre superpotenze) perchè l'obiettivo di fare dell'Italia una potenza nucleare non è mai entrato nell'agenda politica.

Inoltre l'uranio è un minerale che – almeno ad oggi – si trova solo in pochi posti nel mondo e – a fronte degli ingenti investimenti necessari per acquisire una capacità nucleare - è difficile avere certezza di avere un rifornimento costante nel tempo in termini di qualità e prezzi (negli ultimi anni – nonostante il forte afflusso di uranio militare derivante dalle testate atomiche smantellate – il prezzo dell'uranio è in forte aumento …).

Mancanza di tecnologia e mancanza di accesso al minerale, rendono così necessario associarsi ai programmi di un paese straniero (nel nostro caso la scelta è caduta sulla Francia e quindi su EDF …), assumendosi i relativi costi, ma senza poterne assumere il controllo, e così anche il sogno dell'indipendenza dall'estero rischia di rimanere – appunto – un sogno.

Tutto ciò premesso e anche senza bisogno di prendere in considerazione il problema di trovare siti nucleari in un pase in cui le zone più adatte -ossia on sismiche e ricche di acqua dolce) sono anche tra le più densamente popolate d'Europa o i problemi dello smaltimento delle scorie radioattive, la scelta di tornare o meno al nucleare è una scelta difficile   che non va fatta sulla scorta dell'emotività e dello spirito di revache (magari anche solo di matrice politica...).

giovedì 9 dicembre 2010

L'idraulico polacco

Ricordate il mito dell'idraulico polacco, l'immigrato che, con la sua disponibilità all'immigrazione e al lavoro a basso costo minacciava il benessere di paesi ricchi d'europa?

Era il 2005 e l'idraulico polacco in francia era il simbolo stesso della globalizzazione che minacciava redditi degli artigiani e lavoratori nostrani.

E adesso?
Adesso tempo proprio che le cose siano drasticamente cambiate.

I redditi si sono in effetti ridotti, ma soprattutto è crollata l'economia (e certo non solo per colpa dell'idraulico polacco ....) e in europa si sono ormai invertiti i flussi migratori. Ora si migra verso la Polonia e non solo dai paesi più poveri, ma anche da paesi ricchi come la germania ...

Ora la Polonia è il paese europeo che cresce di più e la spinta dei consumi (che lì crescono, non come da noi ...) fanno correre l'economia.

Sic transit gloria mundi.

mercoledì 27 ottobre 2010

Nimiae formae tuendi cognitionem

Dall'enciclica "Caritates in veritate" di Benedetto XVI:
"Sunt enim nimiae formae tuendi cognitionem ex parte Nationum divitum per nimis severam iuris proprietatis intellectualis applicationem, praesertim in ambitu sanitatis"

Ossia: "Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario".

Beh, è segno dei tempi che anche la Chiesa Cattolica si debba occupare (e preoccupare)  di proprietà intellettuale.

E il problema della limitazione della diffusione di medicine essenziali determinato dal livello insostenibile del costo delle royalties da pagare alle case farmaceutiche pone con forza il problema della difficile compatibilità della proprietà intellettuale e dei suoi costi con il progresso e il benessere comune.
Si suole dire che la proprietà intellettuale favorisca la conoscenza, ma è di tutta evidenza che il costo e le limitazioni della circolazioni della conoscenza imposte  dall'invenzione della proprietà intellettuale non sono di poco conto. E' pure evidente che la  proprietà intellettuale molto spesso non favorisce gli interessi degli autori e inventori (persone fisiche), che non partecipano all'accumulo della ricchezza, spesso patrimonio esclusivo di grandi società.

Ma è poi vero che - come si suole ripetere - che la proprietà intellettuale favorisce la ricerca e la diffusione della conoscenza?

Mi sia permesso di dubitarne fortemente. Se ne parla spesso, ma raramente vengono proposti dati ed esperienze, sia pure empiriche.

Anzi, proprio sotto il profilo delle esperienze empiriche e per restare nel campo sanitario, osservo che in Italia i brevetti sulle specialità medicinali sono ammessi dal '78. Prima di tale periodo l'industria farmaceutica italiana era forte (il quinto produttore mondiale e il settimo esportatore). Attaualmente molte case sono cadute in mano straniera e l'industria farmaceutica italiana è del tutto uscita dall'arena internazionale.

sabato 10 luglio 2010

E se avesse ragione lui?



Riprendo da un commento dell'amico P.S. e rilancio con una domanda: e se avesse ragione Montanelli? Sono queste le ragioni della ormai cronica difficoltà dell'Italia come paese?

Diffido dalle risposte semplici a problemi complessi (ed è questa una delle ragioni per le quali in genere diffido della destra e - specialmente - di questa destra), ma in due punti il discorso di Montanelli mi ha fatto venire la pelle d'oca: quando ha parlato della mancanza di consapevolezza degli italiani e del loro rifiuto di studiare la loro storia e quando parla all'attitudine degli italiani al lavoro servile.

Quello che secondo me Montanelli non coglie  e rimane sullo sfondo è la struttura paternalistica e affiliativa che tutt'ora permea la società italiana, anche in questi tempi di transizione verso un atteggiamento più 'adversarial' (non consapevolmente vissuto), più vicino all'atteggiamento anglosassone (ma anche francese: provare per credere). Temo che il servilismo degli italiani sia più l'effetto che la causa ...

Sarà quella la ragione per la quale nei tempi moderni (nei quali la mancanza e la distanza dalle fonti di approvvigionamento di materie prime risulta meno importante), paradossalmente aumenta la distanza dell'Italia dai leader europei (Francia e Germania)?

Sarà quella la ragione per la quale dall'Italia non viene mai un innovazione (salvo, magari nel campo della moda, dove però di regola eccelliamo prevalentemente per la qualità dei materiali e del lavoro) o una rivoluzione?

Già, perchè - non me ne voglia l'amico etienne, ma in Italia una rivoluzione "dal basso" non l'abbiamo avuto da quando San Francesco (una figura senz'altro da studiare per la sconcertante modernità dei temi sociali dell'epoca ...) ha contribuito a riportare nell'aleveo della normalità i moti popolari ed eretici del 1200 ...

lunedì 28 giugno 2010

L'erba del vicino è sempre più verde ... (upgraded)

Non si sono ancora spente le polemiche suscitate dal referendum indetto dalla FIAT sul "nuovo" contratto di Pomigliano, che una notizia decisamente più "piccola" emerge dalla profondità del mio feedreader ...

Dopo la società italiana che decide (ma ha deciso qualcosa, alla fine???) di togliere lavoro alla Polonia per  portarlo in Italia, ora vedo una società indiana (uno di quei gruppi che hanno fatto furore con l' "offshoring") che apre un centro di ricerca nell'Irlanda del Nord e progetta di assumere 85 persone.

Non sono certo i numeri che mi hanno colpito (e hanno colpito la rivista che ha rilanciato la notizia) ma le motivazioni: la società indiana si sarebbe detta colpita della disponibilità di laureati in Irlanda e dei bassi livello di conflitto. Questo proprio mentre in Cina una catena di scioperi costringe il governo ad alzare i salari ...

Buone notizie per il vecchio continente? Non ne sono così sicuro ...


Upgrade del 30 giugno:

Oggi su Punto  Informatico leggo che Baidu, il motore di ricerca leader dell'enorme mercato cinese, assume talenti informatici negli Stati Uniti.

Avanti così ...

giovedì 22 aprile 2010

Idee poche ma confuse.

Si ricomincia.

Scade domani il termine per la presentazione in senato di emendamenti per la discussa (contro)riforma della professione forense.

Idee poche ma confuse.

Se da un lato abbiamo un ministro della Giustizia che da un lato non presenta emendamenti, ma dall'altro sollecita ripensamenti in ordine alla bozza in esame (!?!), dall'altro ancora abbiamo una classe forense sempre più spiazzata dalla situazione attuale.

Questa è la "battaglia del grano" e francamente è una battaglia che capisco. Avevo già scritto che ormai non sono più i dipendenti quelli che scioperano, ma padroncini e professionisti ..... Ora, proprio nel momento in cui i dipendenti, con la (contro)riforma della contrattazione collettiva (e il "depotenziamento" del contratto collettivo nazionale) stanno perdendo la garanzia stessa del salario minimo, gli avvocati che chiedono? I minimi obbligatori (ossia garantiti per legge).

Siamo al welfare forense (la definizione "welfare delle professioni" è del "Sole 24 ore") ....

Bene.

Alla fine hanno ragione loro. La riforma è una chiavica e alla fine finirà con l'emarginarli ulteriormente. Ma è il principio che conta: che ce ne frega del mercato che mette il povero contro il più povero?

Non me ne frega niente. Tanto la paura fa novanta e di fronte al questa crisi una classe forense in crisi di 'status' e che rischia di dover affrontare un probabilissima riduzione della giustizia (si chiami 'processo breve' o privatizzazione della giustizia del lavoro, il risultato è lo stesso: riduzione del contenzioso giudiziale) non ragiona e non ragionerà.

L'unica cosa che mi interessa che non mi neghino il diritto di far valere l'esame di abilitazione congelato dalla normativa emanata a fronte della precedente crisi (quella degli anni '30) e conseguente (contro)riforma.

E quindi forza con gli emendamenti, perché se alcune norme sono state cancellate dalla camera, restano norme (come l'art.2, comma 3) che possono precludere a chi non è attualmente iscritto la futura iscrizione all'albo degli avvocati.

A presto.

domenica 7 febbraio 2010

Pigs in the wind ..

C'è poco da stare allegri.

Nei giorni scorsi un po' tutti i giornali italiani ci hanno spiegato che la recente caduta delle borse è legata ai dubbi circa la tenuta di alcuni paesi europei che hanno un debito un po' troppo 'gonfiato' e che sarebbero Portogallo, Irlanda e Grecia.

Questi paesi sono in difficoltà anche perché spendono quasi il 40% del gettito fiscale solo per ripagare il debito e sostanzialmente possono finanziarlo solo con nuovo debito (titoli di stato) che fanno sempre più fatica a piazzare.

Gli esperti avrebbero coniato il termine PIGs (maiali) per riferirsi a questi paesi.

Non mancano di un certo (cinico) spirito, questi 'esperti'.

C'è, però, poco da ridere, almeno per noi: nonostante i rassicuranti articoli dei media italiani il termine comunemente usato negli Stati Uniti è PIIGs (Portogallo, Irlanda, ITALIA e Grecia) ......

Del resto il nostro debito pubblico è in percentuale uno dei più alti del mondo, ben più alto degli altri 'maialotti'.

mercoledì 3 febbraio 2010

L'orrore economico

Quando ho comperato questo libro, nel 2000, ero stato attratto dalla critica del Corriere: si trattava di una stroncatura così pesante, ideologica e ottusa che mi era parso chiaro che il libro aveva colpito un nervo scoperto e che meritava una lettura ....

Una lettura interessante anche se, a sua volta, densa di ideologia e autoreferenzialità.

Il tema, però, della sparizione del lavoro (inteso come impiego) e dell'aumento della disoccupazione come fenomeni non transitori ma strutturali della nuova società e vero motore dei cambiamenti dell'epoca attuale mi faceva riflettere.

Il tempo è passato.

Eppure i nostri padri e i nostri nonni e i loro nonni vivevano di lavoro stabile e allora ogni altra forma di lavoro (il termine precariato non era stato inventato, allora c'erano i braccianti a giornata, i soprannumerari negli uffici e le professioni più antiche ....) era il regno dei disperati ....

Come si fa ad immaginare un mondo dove l'occupazione regredisce strutturalmente (e gli occupati sono a loro volta additati ai disoccupati come la vera anomalia)?

Alcuni giorni fa lo rivedo in ristampa da Feltrinelli e devo dire che un brivido mi è sceso lungo la schiena: possibile che fosse tutto già così chiaro più di dieci anni fa fa?

Eppure la spiegazione si trova sul dorso stesso del libro:
"Niente indebolisce, niente paralizza come la vergogna. E' un sentimento che altera sin dal profondo, lascia senza risorse, consente qualunque influenza dall'esterno, riduce chi la patisce a diventare una preda: da qui l'interesse dei poteri a farvi ricorso e a imporla. E' la vergogna che permette di fare le leggi senza incontrare opposizione , e di trasgredirle senza temere proteste. La vergogna dovrebbe essere quotata in Borsa: è un elemento importantissimo del profitto ..."

domenica 8 novembre 2009

Tranquilli, la crisi è alle spalle ....

Finchè non vedo non credo, ma in ogni caso credo poco nei numeri.

Come diceva il mio dominus quando facevo pratica (era, come si dice da noi, "un conte", ma ci beccava ...) "i numeri sono come la pelle dei co......ni, si tirano da tutte le parti".

Non so se i numeri dell'OCSE siano come quella pelle lì, ma i segni della ripresa intorno a me non li vedo proprio, salvi i prezzi che - nel silenzio generale - hanno ricominciato a salire (e non parlo solo della benzina, ma soprattutto della spesa settimanale che - rendiconto della carta di credito alla mano - sono saliti, e non di poco).

Tra i genitori dei compagni di classe dei miei figli, i disoccupati e cassaintegrati non sono calati. Anzi, una mamma ha perso definitivamente perso il posto a seguito della chiusura della ditta nella quale lavorava. Gli stipendi non sono saliti, anzi - con l'aumento dei prezzi - la quantità di beni e servizi che i lavoratori dipendenti (e parasubordinati) è calata ancora ...

Lo stato sta contraendo la spesa (parlando con i poliziotti si sentono storie da paura, di poliziotti che fanno la benzina all'auto di servizio con i loro soldi, ma che ormai non riescono neppure a far partire l'auto perché non ci sono parti di ricambio ...) e la riforma Gelmini ha appena iniziato a buttare precari fuori dalla scuola.

Mi auguro tanto che non sia così, ma il motore di questa ripresa prevista per l'Italia dai dati OCSE proprio non riesco a vederlo: se nè lo Stato nè le famiglie dei lavoratori dipendenti (la maggioranza degli italiani) non sono in grado di sostenere un aumento di spesa, mi chiedo la ripresa da dove possa venire.

Non ci vuole un esperto per farsi venire qualche dubbio, anche tralasciando il fatto che - come l'OCSE stesso avverte - si tratta di dati previsionali.

Non ci resta che sperare.

Nel frattempo non posso che osservare che in altri paesi (la Francia, ad esempio, che è indicato come il paese in più forte crescita con l'Italia) la stampa - salva la pubblicazione del comunicato stampa - e la politica non hanno dato alcun peso alla notizia.

Tanto per dare i numeri, su google news sono censiti 241 articoli in Italia che riprendevano la notizia e solo 27 in Francia ....

Quotidiani come "le Monde" non l'hanno neppure pubblicata.

domenica 11 ottobre 2009

L'ufficio illegale (to be continued)

Quando si parla di interessi particolari è facile diventare noiosi e perdere il contatto con la realtà ('autoreferenziali', come si dice oggi).

Mi sono, quindi, finora astenuto (mordendomi la lingua e dandomi sonore bacchettate sulle mani) di commentare i 'progressi' del disegno di legge sulla riforma della professione forense, inizialmente rinviato a settembre e ora rinviato a una qualche data da destinarsi nel prossimo futuro. Ci sono ben altre cose di cui occuparsi.

Intanto comunque, sui due punti 'qualificanti' (esclusiva della consulenza legale agli avvocati e limite di cinque anni per iscriversi all'albo) nella prima fase dei lavori parlamentari si era registrato un 1-1: la riserva della consulenza legale veniva confermata agli avvocati, mentre cadeva il limite dei cinque anni. Accordo raggiunto? No, per niente: sono stati presentati alla commissione oltre 100 emendamenti (compresi alcuni per reintrodurre il limite dei 5 anni).


Quindi ancora tutto da discutere.

Un governo in cerca di consensi difficilmente scontenterà una categoria numerosa e tradizionalmente fedele, ma qualche associazione di categoria comincia a farsi sentire.

Tacciono ancora le categorie (commercialisti, innanzi tutto, ma anche geometri, consulenti in marchi e brevetti, notai, ...per non parlare di sindacati e patronati e delle associazioni di categoria stesse che sono le prime, con i loro esperti, a dare l'assistenza 'di primo livello' agli iscritti) che la consulenza legale e l'assistenza stragiudiziale la fanno davvero, ma si sta svegliando la Confindustria, accortasi finalmente che i legali interni fanno un lavoro più aderente alle necessità dell'azienda (e costano notevolmente meno).

E quindi anche oggi un articolo su il sole 24 ore.

Alla prossima ...

domenica 15 febbraio 2009

Morire di sentenza?

Mi sono trattenuto sul caso di Eluana Englaro, perché ritenevo di non avere granchè titolo ad intervenire in un caso con così grandi implicazioni morali.

Mi sono ricreduto, perché mi sono reso conto che la morale c'entrava poco o nulla. O meglio: se per la Chiesa la questione della tutela (a oltranza) della vita è fondamentale, per il Governo il problema è un altro. Già, perché se nel caso Englaro il Governo ha assunto un atteggiamento chiaramente “interventista”, nel caso dell'aborto e – in particolare - nel caso dell'aborto “terapeutico”, dove il problema della “tutela della vita” mi sembra senz'altro più delicato, l'atteggiamento mi sembra decisamente più “distaccato”.

Il punto “dolente”, nell'ottica del Governo, è stato evidenziato con assoluta chiarezza dal Ministro delle Giustizia, On.Angelino Alfano: il punto è che Eluana Englaro è morta “di sentenza”.

Il problema è quindi che della sopravvivenza di Eluana Englaro (o meglio del “diritto” di veder sospesa le cure che la mantenevano in vita) abbiano deciso dei giudici?

Francamente non vedo il problema: in uno stato di diritto mi sembra del tutto normale (e auspicabile) che dell'interpretazione delle leggi decidano i giudici. Chi altri?

Si è detto che i giudici non avrebbero dovuto decidere senza una legge che regolasse la fattispecie.

Tuttavia esistono principi giuridicamente validi (e vincolanti per i giudici) che si trovano non solo nelle leggi, ma anche nella Costituzione, come si è riconosciuto a proposito del diritto del malato di rifiutare cure, anche necessario per salvare la sua vita.

In questo quadro i giudici che hanno sottoscritto la sentenza (assumendosene le relative responsabilità giuridiche, oltre che morali) non avevano il diritto (anzi: il dovere) di pronunciarsi sulla domanda di far cessare quelle particolari cure (alimentazione forzata)?

Sulle conclusioni dei giudici si potrà discutere all'infinito (ma è singolare il fatto che si sia discusso di tutto, ma che della effettiva motivazione dei provvedimenti, si è parlato in modo molto indiretto e spesso sommario), ma la questione ha una sua dignità e delicatezza.

Il fatto, però, che un giudice sia stato chiamato a pronunciarsi di una simile questione non mi sembra avere nulla di sbagliato o “eversivo”, tutt'altro.

domenica 21 dicembre 2008

Perchè vietare i 'remix'?

Ricevo la segnalazione dal'amico Marco Scialdone e volentieri la rilancio

Divieto di Remix. Cambiamo le regole?

Il caso segnalato da Marco è molto specifico, ma ha tra l'altro riflessi molto interessanti.

Il caso parte da un'iniziativa di Fondazione Romaeuropa e Telecom Italia per lanciare grande concorso rivolto ad artisti e creativi sul web.

La particolarità di questo concorso è che è assolutamente vietata la partecipazione ad opere che costituiscano 'remix' o 'mash-up' (di precedenti opere).

Già: il problema è quello dei diritti d'autore (sulle opere remixate) e quindi gli organizzatori non vogliono correre rischi e bandiscono tutte le opere comunque basate su opere preesistenti.

Già, peccato che:

  • per la musica elettronica e le opere multimediali, oggetto del concorso, l'utilizzo di opere preesistenti sia una delle tecniche e delle forme più diffuse e, soprattutto che
  • non è affatto detto che il remix o mash-up avvengano in violazione di diritti altrui perchè vi sono ancora delle opere di 'pubblico dominio' o che consentono (ad es. perchè pubbicate sotto licenze 'Creative Commons') i riutilizzo da parte di terzi.

Sarebbe come vietare di proiettare ad una rassegna i cartoni animati di Disney perchè in gran parte basate su opere precedenti (le fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm .....).

Già, perchè la ripresa di parti di altre opere, il reinterpretare e anche 'contaminare' temi altrui ha sempre fatto parte del percorso dell'arte e della cultura ..... quanto meno fino all'avvento del diritto d'autore, che - soprattutto nelle sue più recenti norme - riduce fin quasi ad annullare l'area del riutilizzo di temi di parti di opere altrui in un nuovo contesto creativo.

E non ditemi che ciò è nell'interesse dell'autore: il principale interesse dell'autore è che le suo opere siano conosciute ed è per l'interesse ad essere conosciuti, superando la strozzatura (in tutti i sensi) delle majors, che si sta diffondendo la musica in rete con licenza 'libera'.

Lunga vita alle licenze libere ....


domenica 21 settembre 2008

Fantozzi cerca compratori

Ammetto che il doppio senso è scontato e forse un po' vigliacco, vista la vicenda comunque dolorosa che si sta consumando.

Però quando ho letto il titolo di oggi di repubblica.it non ho saputo resistere dal proporre il tragicomico accostamento.

Vedremo ora come va a finire dopo i botti (e le balle) di quest'estate quando - pur di bloccare la vendita - si gridava alla svendita e alla difesa dell'italianità, favoleggiando di cordate già pronte, e dopo il botto (autolesionistico) del rifiuto di firmare il nuovo contratto di lavoro da parte di sindacati e di maestranze.

Sappiamo tutti (ivi compresi i dipendenti di Alitalia) che il forte interesse per l'acquisto di Alitalia era un balla e che i costi del salvataggio sarebbero stati orripilanti (vedi le stime di lavoce.info), proprio per la necessità di 'sollevare' i compratori da debiti e da rischi, ma si è voluto far finta di niente, tanto da parte del Governo che dei lavoratori.

Mo' vediamo: il governo tuona a parole ma esita in pratica sia a fare quello che ha sempre predicato e cioè di seguire una cultura di mercato, sia quello che i suoi stessi sostenitori gli chiedono e cioè di chiudere baracca e burattini sfruttando l' 'assist' dei sindacati.

Nel frattempo Alitalia si è mangiata altri 300 milioni di euro (il famoso 'prestito ponte') e non siamo più vicini di prima alla soluzione ....


martedì 9 settembre 2008

Sic transit gloria mundi ...

Leggevo ieri questo articolo sul Times: "Like house prices, immigration could fall too".

Sembrerebbe che metà degli immigrati entrati nel Regno Unito dopo il 2004 dall'Europa dell'est se ne sia già andata e che il numero delle domande per un permesso di lavoro sia calato del 20% nell'ultimo anno.

Buone notizie per gli inglesi?

Leggo oggi questo articolo su Repubblica.it: "No coreano, panico a Wall Street".

La vicenda: una banca pubblica coreana (Korea Development Bank) strava trattando l'acquisto di una partecipazione di minoranza (20%) in Lehman Brothers, una delle principali banche d'affari del mondo.

Già il fatto che una banca coreana potesse entrare nel capitale di uno dei templi della finanza statunitense mi sembrava una notizia (rapportandola alla situazione italiana, un po' come la partecipazione-salvataggio della libica LAFICO nel capitale FIAT negli anni 70 ... l'ex schiavo che compra il padrone).

Ma la notizia di oggi è che la banca coreana ha educatamente annunciato di rinunciare all'investimento: la conseguenza è stata un crollo nei mercati finanziari mondiali.

Azz ....

domenica 1 giugno 2008

Wi-fi pubblico a palazzo di giustizia (updated)?

Può capitare nelle corti di Inghilterra e Galles, dove ci si sta organizzando per rendere disponibili connessioni Wi-fi anche ad avvocati e giornalisti. Il costo è finanziato (un po' come il progetto di portare la telefonia mobile all'interno della rete di tunnel della Metropolitana Milanese) "rivendendo" il traffico generato ad un operatore di telefonia mobile.

Sì, si può fare.

Intanto in Italia si lascia (volutamente?) sprofondare la giustizia in uno stato da non nuocere a nessuna delle forze illegali che condizionano così pesantemente la nostra vita e il nostro sviluppo (inviluppo, bisognerebbe dire).

Nel frattempo, una riforma utile e a costo zero, come la riduzione delle sedi della giustizia militare (che, con la riduzione dell'esercito, ha ormai carichi di lavoro irrisori), con il conseguente ritrasferimento di 2/3 dei giudici militari alla magistratura ordinaria, è stata "temporaneamente rinviata" .....

domenica 25 maggio 2008

La privacy e il potere

Il web è pieno di notizie e "non-notizie", ma ogni tanto ci sono (anche tra queste ultime) quelle che mi provocano comunque qualche moto di inquietudine.

Quella che mi ha colpito oggi è la notizia di una causa intentata da un avvocato contro il governo statunitense relativamente al fatto che non sarebbe garantito il segreto professionale dei clienti nel caso in cui una "law firm" (chiamali studi legali non si può proprio più: sarebbe meglio chiamarle "aziende di servizi legali", per lo meno la traduzione sarebbe più letterale ...) decida di affidare in outsourcing parte delle proprie attività ad una società residente in uno stato straniero.

Il caso non è peregrino: molte grandi "law firm" statunitensi si avvalgono, in particolare, dei servizi di società operanti in India, paese dove è facile trovare dei giovani scolarizzati, dal buon inglese e a basso costo. Un po' come nell'informatica ...

Il punto che mi ha colpito è stato la motivazione della citazione: il fattore che metterebbe in pericolo la riservatezza dei dati dei clienti non è la situazione (o le autorità) del paese nel quale l'attività è svolta o la serietà degli outsourcers, ma l'attività spionistica del governo statunitense e, in particolare, della NSA che è libera di spiare in tali paesi senza vincoli costituzionali.

Non so che esito possa dare una simile azione legale, ma il problema sottostante è serio.

Noi in Europa certi problemi li sentiamo forse meno, ma il governo degli Stati Uniti, a partire dall'attacco alle torri gemelle (ma molti sostengono che tale pratica esisteva anche prima e stanno venendo fuori riscontri in tal senso): gli esempi hanno creato imbarazzo anche da noi e mi riferisco, in particolare, allo spionaggio sulle transazioni finanziarie che transitano sulla rete SWIFT (una società europea) e al famigerato Echelon.

Comunque il livello del problema negli USA può essere dato dal fatto che è in discussione un progetto di legge (spinto da G.W.Bush) per concedere l'esenzione da responsabilità alle società di telecomunicazione che hanno collaborato agli spionaggi senza mandato del governo .....

Per capire la portata del problema, pensate che tramite Echelon il Governo statunitense è in grado di "filtrare", intercettare e leggere (le mail sono assolutamente in chiaro e non è prevista, a differenza, ad. es. da sistemi come il Blackberry o la 'semplice' telefonia GSM alcuna crittografia) il traffico mail scambiato in altri paesi del mondo. Alcuni mesi fa c'era stato un interessante caso (non c'entrava il governo USA) sulla (in)sicurezza delle comunicazioni via mail tra ambasciate.

E mi vien da ridere pensando a tutte le transazioni importantissime (e segretissime) che vengono negoziate e perfezionate tramite un interminabile flusso di mail al di qua e al di là dell'atlantico.

Altro che indiani ;-)

P.S. è comunque di pochi giorni fa la notizia che il governo indiano (in ossequi al principio del "accà nissuno è fesso" ...) si è fatto consegnare dalla società che produce i Blackberry le chiavi di cifratura per leggere i messaggi scambiati con tale sistema ...


domenica 18 maggio 2008

Beati loro ....

Leggo su Thelawyer che Norton Rose (importante "law firm", attiva anche in Italia) ha deciso di "limitare" gli stipendi di praticanti e avvocati di fresca nomina, rispettivamente, a 35.700 e 63.500 sterline (la sterlina vale attualmente un euro e mezzo, più o meno).

E, leggendo questo ulteriore articolo, non si tratta di casi isolati.

Cifre che fanno impallidire anche quelle che vengono riportate in un articolo di Top Legal che riprendo da Scriptabanane.

Come riportato da Scriptabanane (ma come possono confermare molti avvocati) sono cifre che non riflettono certo la media dei guadagni della professione forense e men che meno i livelli iniziali.

Certo, si tratta dell'elite, poche migliaia di professionisti molto specializzati in una professione molto inflazionata, di orari di lavoro che richiedono un'impegno enorme e una grande preparazione, ma si tratta di stipendi che molta gente riceve solo a fine carriera.

Beati loro.

Il fatto è che certe operazioni (specie internazionali) senza l'intervento di certi studi non vanno in porto o vanno in porto con molte difficoltà. Per il resto, sulle questioni 'normali' questi studi non mi hanno mai risolto un problema, anzi, mi sono spesso trovato di fronte a schemi preparati per qualche altra operazione, buoni allo stesso modo in Italia come a Singapore (cioè verbosi e poco centrati), ovviamente pagati a caro prezzo ....

Bah ... il problema è però la polarizzazione della professione (anzi, del lavoro e della società in genere): da una parte un'elite di pochi (con, però, orari e impegni professionali/sociali che mettono sotto stress la vita privata, o quello che ne rimane) e dall'altra la massa che comunque, anche quando lavora tanto, guadagna molto meno (talvolta trovandosi a rischio di essere assorbita negli strati meno "agiati" della popolazione).

E' la realtà di una società che diventa sempre più competitiva e nella quale è sempre più difficile "vincere" l'equilibrio.

sabato 26 aprile 2008

Mala tempora currunt (ma i prezzi corrono di più ...)

E'una foto scattata una decina di giorni fa in Francia nell'ultima area di servizio prima di rientrare in Italia.

Fino a pochi mesi fa i prezzi della benzina in autostrada erano sostanzialmente allienati a quelli italiani, mentre quelli che si spuntavano nei supermercati (in Francia i 3/4 della distribuzione della benzina è in mano alle grandi catene di supermercati) erano decisamente più convenienti. Ora anche nei supermercati i carburanti sono più cari che in Italia .

Abbiamo perso il primato della benzina più cara ... una pessima sorpresa di quest'anno e un bruttissimo augurio per il futuro in Italia.

P.S. i prezzi, sul lato verso la Francia della stessa area di servizio erano anche peggio...
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