domenica 14 novembre 2010

Ebook? No grazie

Natale si avvicina e con essa la scelta dei regali. Quest'anno stavo pensando se (farmi) regalare un ebook reader.
Ci ho pensato per bene perchè è un aggeggio che mi manca ed essendo io un lettore accanito, la cosa mi interessava: un ebook reader può semplificare la gestione della biblioteca (a casa ho ormai più di 1000 libri …) e alcune funzioni, come il “text to speech” (la capacità dell'ebook di “leggere” il testo) possono prestarsi ad applicazioni interessanti (per chi come me ha molta dimestichezza con l'inglese scritto, ma poca con il parlato, può essere utile per aumentare la comprensione della lingua parlata).

Tutto sommato preferisco evitare di comprami l'ennesimo gadget che alla fine ha un uso solo (consentire la lettura di libri, che si leggono benissimo anche su carta …) e semmai aspettare che scendano di prezzo – o aumentino decisamente le prestazioni – i vari tablet (iPad, Samsung GalaxyTab) in modo da procurarmi un apparecchio davvero multifunzione, che all'occorrenza consenta di sostituire anche un pc.
Quali sono gli aspetti che trovo limitanti per un ebook reader?
Ha una funzione sola: leggere libri, che può essere egregiamente assolta dai libri tradizionali (e non tutti gli ebook reader hanno una funzione “text to speech”) …. Di regola non sono neppure dotati di browser per navigare in intenet, né sono in grado di fungere da p.c., nemmeno in inviare e-mail, né da semplice navigatore, come un comune smartphone.

Le batterie durano spesso poche ore (da nuove) e in moltissimi modelli possono essere cambiate solo dall'assistenza (un'altra spesa ...). Considerando che un'ora o due di lettura al giorno per un pendolare non sono infrequenti e che la capacità delle batterie decade con l'uso, si rischia di trovarsi presto con l'ebook reader in carica tutte le sere o quasi. Se poi il viaggio è lungo, la durata massima delle batterie potrebbe non bastare neppure ...

Semplicità d'uso: il libro cartaceo è di una semplicità proverbiale. Con gli ebook devi cominciare a valutare se l'ebook è compatibile con il tuo lettore e comunque gli ebook sono protetti da sistemi DRM che possono dare altri problemi di uso e compatibilità …

Durata: un libro dura per sempre, un ebook teoricamente anche, ma in pratica nessuno può garantire per quanto tempo una tecnologia sarà supportata in futuro. Già adesso ci sono formati di file che andavano per la maggiore solo 15 anni fa che ora sono illeggibili ...

Facoltà d'uso: il libro è mio e lo posso prestare e vendere (sono protetto dalle interferenze da parte dell'editore dall'istituto dell' “esaurimento del diritto: art.17, comma 2, l.633/1941), che non si applica ai file scaricati da internet, (art. 17, comma 3, l.633/1941) come gli ebook, con la conseguenza che l'editore può legittimamente licenziare l'ebook solo per un lettore e impedirne l'ulteriore circolazione (a meno di vendere o prestare anche il reader) …

Prezzo: un ebook reader costa attorno ai 150/200 euro, mentre gli ebook, specie relativi a titoli di cassetta, costano forse solo un 15% meno dei libri tradizionali (ma in molti casi ho visto prezzi tra i 9 e gli 11 euro anche per titoli ormai reperibili anche come paperbacks) ….

E chi me lo fa fare di spendere soldi per una tecnologia così?

giovedì 4 novembre 2010

La guerra bianca

Il 4 novembre è la "festa della Vittoria". E' anche il termine di una delle fasi più laceranti della storia italiana: l' "inutile strage" di Benedetto XV, forse ancora più lacerante della pur più cruenta seconda guerra mondiale.

Altro che vittoria. Quella guerra non segnò per l'Italia solo la fine dello stato liberale (oltre che di centinaia di migliaia di vite: ai 600.000 caduti militari, bisogna aggiungere le migliaia di morti civili  - più di 300.000 -  causati dall'epidemia di "spagnola"   che nel 1918 infierì duramente su una popolazione già stremata dalle privazioni della guerra) ma anche l'inizio di una fase di crisi prima e di dittatura poi che ci portò - nel 1940 - ad una nuova e più distruttiva guerra.

La prima guerra Mondiale è anche una delle fasi della storia d'Italia che - già da ragazzino - mi ha maggiormente interessato, tanto che ricordo che la mia tesina di storia all'esame di terza media riguardava proprio le origini del conflitto.

Visto che ragazzino lo sono ancora, in questi anni ho letto molti libri sulla prima guerra mandiale, e da ultimo, "La Guerra Bianca" di Mark Thompson, raro esempio di un libro sulla guerra sul fronte italiano scritto da un autore straniero.

Libro interessante, più che per gli eventi più propriamente militari, per gli approfondimenti sugli aspetti di cultura e costume dell'epoca: un'Italia caratterizzata da una distanza estrema tra la politica e la gente, dalla disciplina assurda nei confronti dei  soldati semplice (che morivano come le mosche in attacchi totalmente insensati) e della totale irresponsabilità dei comandi pur di fronte ai reiterati fallimenti.

In tutta Europa (nonostante le avvisaglie che già si rinvenivano negli ultimi conflitti, come la guerra Anglo-Boera e - in particolare - quella Russo-Giapponese del 1908) i paesi furono presi di sorpresa dalla violenza e dalla peculiare disumanità del conflitto. In pochi paesi (forse solo nella Russia zarista), si ebbe come in Italia una preconcetta e stolida contrapposizione tra il comando e l'esercito, che bloccò ogni innovazione e portò inevitabilmente alla sconfitta di Caporetto (e al correlativo mito dello "sciopero militare", inventato per ribadire l'italica convinzione della responsabilità esclusiva del 'fante').

Un'Italia lontana e vicina allo stesso tempo.


mercoledì 27 ottobre 2010

Nimiae formae tuendi cognitionem

Dall'enciclica "Caritates in veritate" di Benedetto XVI:
"Sunt enim nimiae formae tuendi cognitionem ex parte Nationum divitum per nimis severam iuris proprietatis intellectualis applicationem, praesertim in ambitu sanitatis"

Ossia: "Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario".

Beh, è segno dei tempi che anche la Chiesa Cattolica si debba occupare (e preoccupare)  di proprietà intellettuale.

E il problema della limitazione della diffusione di medicine essenziali determinato dal livello insostenibile del costo delle royalties da pagare alle case farmaceutiche pone con forza il problema della difficile compatibilità della proprietà intellettuale e dei suoi costi con il progresso e il benessere comune.
Si suole dire che la proprietà intellettuale favorisca la conoscenza, ma è di tutta evidenza che il costo e le limitazioni della circolazioni della conoscenza imposte  dall'invenzione della proprietà intellettuale non sono di poco conto. E' pure evidente che la  proprietà intellettuale molto spesso non favorisce gli interessi degli autori e inventori (persone fisiche), che non partecipano all'accumulo della ricchezza, spesso patrimonio esclusivo di grandi società.

Ma è poi vero che - come si suole ripetere - che la proprietà intellettuale favorisce la ricerca e la diffusione della conoscenza?

Mi sia permesso di dubitarne fortemente. Se ne parla spesso, ma raramente vengono proposti dati ed esperienze, sia pure empiriche.

Anzi, proprio sotto il profilo delle esperienze empiriche e per restare nel campo sanitario, osservo che in Italia i brevetti sulle specialità medicinali sono ammessi dal '78. Prima di tale periodo l'industria farmaceutica italiana era forte (il quinto produttore mondiale e il settimo esportatore). Attaualmente molte case sono cadute in mano straniera e l'industria farmaceutica italiana è del tutto uscita dall'arena internazionale.

giovedì 21 ottobre 2010

Copio e incollo ...

Dalla newsletter di Top Legal:
Tornano i minimi tariffari inderogabili. O meglio, torneranno se legge di riforma della professione forense verrà approvata, nell'attuale formulazione, dal Parlamento.
Ieri, il Senato della Repubblica ha approvato l'articolo 12 della futura legge professionale reintroducendo il concetto della inderogabilità dei minimi, abrogato dal famoso decreto Bersani di fine 2006.
La notizia salutata con giubilo dai vertici della professione forense ci lascia perplessi.
Senza voler essere sterilmente polemici, pensiamo sia utile riflettere su questa decisione del Legislatore in coincidenza con la pubblicazione, da parte del Financial Times, della classifica degli avvocati innovatori (Innovative Lawyers) per il 2010.
Nell'elenco dei primi 50 studi, compaiono solo tre italiani. Nctm, Portolano Colella Cavallo e Assistenza Legale (A.L.) ovvero il network di negozi legali che ha costruito la propria fortuna lavorando proprio sulla formulazione di una politica tariffaria innovativa, lontanissima dalla logica che sottende il concetto dell'inderogabilità dei minimi.
Leggendo la classifica degli studi più innovativi sul fronte dell'efficienza operativa, inoltre, si riscontra che gli studi più elogiati dal Financial Times sono stati proprio quelli che sono riusciti a costruire delle strutture in grado di generare economie a tutto vantaggio delle tasche dei clienti.
L'Italia, in ambito internazionale, continua a muoversi con i paraocchi.
E questo non vale solo per il tema tariffe. Il Financial Times ha stilato una classifica anche per le direzioni affari legali. Anche qui l'Italia è rappresentata al minimo sindacale con Monte dei Paschi di Siena e Ferrero.
In questo caso, se possibile, siamo messi anche peggio. Per il nostro Legislatore, i giuristi d'impresa non sono nemmeno degni di essere considerati avvocati.

domenica 26 settembre 2010

Provaci ancora, Sam ...

La notizia era girata, anche se senza tanta fanfara, qualche giorno fa e aveva appena sfiorato i grandi media nazionali (solo il Giornale mi risulta averla pubblicata).

Telecinco, azienda del Gruppo Mediaset , nel 2008 ha intentato causa a YouTube in Spagna per l'asserita violazione dei propri diritti di proprietà intellettuale a seguito della pubblicazione sulla piattaforma di YouTube (di proprietà di Google) di spezzoni dei propri programmi televisivi.

Più o meno in contemporanea Mediaset stessa aveva adito il tribunale di Roma, denunciando YouTube anche in Italia lamentando la diffusione abusiva ad opera di YouTube dei propri programmi (si trattava in particolare de "Il Grande Fratello") ottenendo un provvedimento che riconosceva la consapevolezza di YouTube della presenza dei contenuti illeciti (e conseguentemente la sua resposabilità) ordinandone la rimozione.

Di segno completamente opposto il tenore della sentenza madrilena, chiara e leggibile (a differenza della sentenza penale italiana sul caso google video ...), nonostante la differenza di lingua.

Nella ricostruzione del giudice spagnolo infatti, né si ravvisa un contenuto attivo di YouTube nel caricamento e diffusione dei contenuti né si può ravvisare una consapevolezza effettiva di YouTube circa i contenuti pubblicati.

Un primo punto interessante è in particolare, quello della esclusione di rilevanza delle operazioni di trattamento (e indicizzazione) automatica eseguite sulla base di input dell'utente. A conclusioni completamente opposte era giunta  la giurisprudenza italiana che (vedi caso The Pirate Bay) ha riconosciuto la rilevanza della mera indicizzazione per escludere l'esclusione di responsabilità che spetterebbe agli 'hosting providers').

E' stata esclusa espressamente ogni rilevanza - ai fini della qualifica di hosting provider e dell'esenzione relativa - anche ai link pubblicitari.
A questo punto, YouTube come si può considerare alla luce della direttiva europea sullo statuto degli Internet Service Providers?

Due tribunali dell'Unione Europea hanno considerato una questione molto simile in maniera opposta.

Resto della mia opinione che intermediari com YouTube sono piuttosto diversi dagli hosting providers, ma in punto di rilevanza delle operazioni tecnica di caricamento e indicizzazione, mi sembra che la pronuncia spagnola  - anche perché successiva - sia forse più coerente con l'impostazione seguita dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 23 marzo 2010 nel caso - solo per alcuni versi simile, peraltro - del servizio AdWords.

domenica 15 agosto 2010

Quale Islam?

Prendo spunto dalle recentissime polemiche scaturite dalle dichiarazioni, di Barack Obama sul progetto di costruire una moschea sul luogo dell'attentato alle Twin Towers, poi subito 'precisate' a seguito delle fortissime polemiche, specie da parte dei repubblicani.

Non è che trovi felicissima l'idea di costruire una moschea sul luogo degli attentati dell'11 settembre (anzi, la trovo una pessima idea),ma mi colpisce il modo di vedere l'Islam (e stiamo parlando di poco più di un miliardo di persone ....)  come un complesso monolitico e tutto ideologicamente schierato contro l'Occidente.

I califfati musulmani sono stati nemici potenti dell'Europa dalla loro nascita (600 c.a d.C) fino all'espansione Ottomana (culminata con l'assedio di Vienna del 1683) e proprio la contrapposizione al comune nemico islamico ha contribuito in modo forte a forgiare un'identità comune europea.

Tuttavia l'atteggiamento di identificare l'Islam con il fondamentalismo (e le con la contrapposizione all'Europa) è, oltre che sbagliata, del tutto antistorica.

Lasciatemi rinviare a questo bellissimo documentario realizzato dall'Enciclopedia Treccani: 



lunedì 26 luglio 2010

Il phishing si fa tecnologico ...

La sicurezza di una catena si misura dal suo anello più debole e, nei sistemi di home banking l'anello più debole è (finora) il cliente ...
In questi anni anche le mail più sgrammaticate hanno mietuto vittime, complici vulnerabilità nei browser, creduloneria della gente ... last but not least, sistemi di autenticazione a volte abbastanza rudimentali ...

Come è stato possibile? Bah, un po' è che molta gente, di fronte ad un pc (ma anche di fronte a molte altre cose che non capisce ..) tende a diventare del tutto acritica e a credere un po' a qualunque cosa, un po' è che molta altra gente alla sicurezza del pc proprio non ci guarda e i phishers hanno avuto buon gioco a mascherare gli indirizzi del loro falso sito, magari sfruttando le debolezze di browsers mai aggiornati ...

Già, gli aggiornamenti di sicurezza: brutto capitolo. Quanti sono gli utenti che usano un pc non aggiornato da anni, magari perchè hanno una copia di photoshop o di office piratata e non vogliono assolutamente rischiare che magari Microsoft dia un'occhiata al loro disco fisso e li scopra (e quindi non attivano mai gli aggiornamenti di sicurezza proposti dal sistema)? Ne conosco parecchi, anche parenti, ma guai a dir loro che sono a rischio ... "ho l'antivirus!", ti rispondono (come se l'antivirus potesse supplire alle magagne di un sistema non aggiornato ...).

Ma è sul piano degli aggiornamenti di sicurezza e della protezione del pc dell'utente che si giocherà una bella fetta della sicurezza delle transazioni bancarie, perchè il phishing si sta facendo tecnologico e sta imboccando la strada dei trojan con soluzioni che - come riportato da Slashdot - sono capaci di aggirare anche evoluti sistemi di autenticazione basati su sistemi di two-factor authentication (ossia password + dispositivo fisico di autenticazione)...

Allora, val così la pena di trascurare la sicurezza per continuare a tenersi questo photoshop krakkato?

mercoledì 14 luglio 2010

Privacy giornalismo

La notizia del deposito della sentenza (n.16236 del 2010 del 6 maggio 2010, depositata il 9 luglio 2010) era stata pubblicata ieri da Il sole 24 ore con un titolo eloquente: "la libertà di informazione  prevale sulla privacy".

Non c'è che dire:  un bel titolo ad effetto, specie e fronte delle recenti polemiche sulla "legge bavaglio", che stanno varcando anche i confini nazionali, fino a giungere all'ONU ....

Anche indipendentemente dal momento politico in cui si colloca (non nascondiamoci  dietro ad un dito...) è una sentenza interessante (e pienamente nel solco della tradizione della nostra Suprema Corte).

Di seguito riporto la parte finale della motivazione:

Ne consegue che detta modalità di fare informazione non comporta violazione dell'onore e del prestigio di soggetti giuridici, con relativo discredito sociale, qualora ricorrano: l'oggettivo interesse a rendere consapevole l'opinione pubblica di fatti ed avvenimenti socialmente rilevanti; l'uso di un linguaggio non offensivo e la non violazione di correttezza professionale.
Inoltre, il giornalismo di inchiesta è da ritenersi legittimamente esercitato ove, oltre a rispettare la persona e la sua dignità, non ne leda la riservatezza per quanto in generale statuito dalle regole deontologiche in tema di trattamento dei dati personali nell'esercizio dell'attività giornalistica (ai sensi dell'art. 2 5 della legge 31 dicembre 1996, n. 675; dell'art. 20 D.lgs. n.467/2001 e dell'art. 12 del D.lgs. n.196/2003).
Viene dunque in evidenza un complessivo quadro disciplinare che rende l'attività di informazione chiaramente prevalente rispetto ai diritta personali della reputazione e della riservatezza, nel senso che questi ultimi, solo ove sussistano determinati presupposti, ne configurano un limite.
In particolare, è da considerare in proposito che, pur in presenza della rilevanza costituzionale della tutela della persona e della sua riservatezza, con specifico riferimento all'art. 15 Cost., detta prevalenza del fondamentale e insopprimibile diritto all'informazione si evince da un duplice ordine di considerazioni :
a) innanzitutto l'art. 1, 2°comma, Cost., nell'affermare che "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei lìmiti della Costituzione", presuppone quale imprescindibile condizione per un pieno, legittimo e corretto esercizio di detta sovranità che la stessa si realizzi mediante tutti gli strumenti democratici (art. 1, l°comma, Cost.), a tal fine predisposti dall'ordinamento, tra cui un posto e una funzione preminenti spettano all'attività di informazione in questione (e quindi a maggior ragione, per quanto esposto); vale a dire che intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente "sovrano" (nel senso rigorosamente tecnico-giuridico di tale termine) in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell'opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di inte resse pubblico.
b) Inoltre, non può non sottovalutarsi che lo stesso legislatore ordinario, sulla base dell'ampia normativa sopra richiamata, ha ricondotto reputazione e "privacy" nell'alveo delle "eccezioni" rispetto al generale principio della tutela dell'informazione; tant'è vero che in proposito, nel Lo stesso Codice deontologico dei giornalisti (relativo al trattamento dei dati personali) all'art. 6 si legge testualmente che "la divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l'informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell'originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti. La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica. Commenti o opinioni del giornalista appartengono alla libertà di informazione nonché alla libertà di parola e di pensiero costituzionalmente garantita a tutti"; come anche deve ricordarsi che con Risoluzione dell'assemblea n.1003 del 1°luglio 1993, relativa all'etica del giornalismo, il Consiglio d'Europa ha, tra l'altro, affermato che "i mezzi di comunicazione sociale assumono, nei confronti dei cittadini e del la società, una responsabilità morale che deve essere sottolineata, segnatamente in un momento in cui l'informazione e la comunicazione rivestono una grande importanza sia per lo sviluppo della personalità dei cittadini, sia per l'evoluzione della società e della vita democratica".
 

sabato 10 luglio 2010

E se avesse ragione lui?



Riprendo da un commento dell'amico P.S. e rilancio con una domanda: e se avesse ragione Montanelli? Sono queste le ragioni della ormai cronica difficoltà dell'Italia come paese?

Diffido dalle risposte semplici a problemi complessi (ed è questa una delle ragioni per le quali in genere diffido della destra e - specialmente - di questa destra), ma in due punti il discorso di Montanelli mi ha fatto venire la pelle d'oca: quando ha parlato della mancanza di consapevolezza degli italiani e del loro rifiuto di studiare la loro storia e quando parla all'attitudine degli italiani al lavoro servile.

Quello che secondo me Montanelli non coglie  e rimane sullo sfondo è la struttura paternalistica e affiliativa che tutt'ora permea la società italiana, anche in questi tempi di transizione verso un atteggiamento più 'adversarial' (non consapevolmente vissuto), più vicino all'atteggiamento anglosassone (ma anche francese: provare per credere). Temo che il servilismo degli italiani sia più l'effetto che la causa ...

Sarà quella la ragione per la quale nei tempi moderni (nei quali la mancanza e la distanza dalle fonti di approvvigionamento di materie prime risulta meno importante), paradossalmente aumenta la distanza dell'Italia dai leader europei (Francia e Germania)?

Sarà quella la ragione per la quale dall'Italia non viene mai un innovazione (salvo, magari nel campo della moda, dove però di regola eccelliamo prevalentemente per la qualità dei materiali e del lavoro) o una rivoluzione?

Già, perchè - non me ne voglia l'amico etienne, ma in Italia una rivoluzione "dal basso" non l'abbiamo avuto da quando San Francesco (una figura senz'altro da studiare per la sconcertante modernità dei temi sociali dell'epoca ...) ha contribuito a riportare nell'aleveo della normalità i moti popolari ed eretici del 1200 ...

lunedì 28 giugno 2010

L'erba del vicino è sempre più verde ... (upgraded)

Non si sono ancora spente le polemiche suscitate dal referendum indetto dalla FIAT sul "nuovo" contratto di Pomigliano, che una notizia decisamente più "piccola" emerge dalla profondità del mio feedreader ...

Dopo la società italiana che decide (ma ha deciso qualcosa, alla fine???) di togliere lavoro alla Polonia per  portarlo in Italia, ora vedo una società indiana (uno di quei gruppi che hanno fatto furore con l' "offshoring") che apre un centro di ricerca nell'Irlanda del Nord e progetta di assumere 85 persone.

Non sono certo i numeri che mi hanno colpito (e hanno colpito la rivista che ha rilanciato la notizia) ma le motivazioni: la società indiana si sarebbe detta colpita della disponibilità di laureati in Irlanda e dei bassi livello di conflitto. Questo proprio mentre in Cina una catena di scioperi costringe il governo ad alzare i salari ...

Buone notizie per il vecchio continente? Non ne sono così sicuro ...


Upgrade del 30 giugno:

Oggi su Punto  Informatico leggo che Baidu, il motore di ricerca leader dell'enorme mercato cinese, assume talenti informatici negli Stati Uniti.

Avanti così ...

domenica 27 giugno 2010

Exalead prende il volo?

La notizia non è di quelle che colpiscono l'immaginazione, tant'è che sulle prime mi era scappata.

Exalead, il principale motore di ricerca europeo, è stato acquisito da Dessault, il gruppo industriale francese famoso specialmente per le sue attività areonautiche.

Già ma chi sa che esiste un motore di ricerca europeo (e che si chiama Exalead)? Pochissimi credo.

Il motore di ricerca per antonomasia è Google, per lo meno al di fuori di due mercati non certo secondari come la Cina, dove impazza Baidu, o il Giappone, dove il mercato è dominato da Yahoo.

Che bisogno c'è di un motore di ricerca europeo?

Bah, l'importanza di un motore di ricerca è senz'altro notevole. Proviamo per un attimo a pensare di non poter ricorrere a Google: probabilmente molti internauti si sentirebbero senz'altro persi. Mitico gògol .....

Ma, avendo Google, che importanza ha creare un nuovo motore di ricerca, oltretutto gratuito?

In due parole, chi controlla un motore di ricerca può controllare che cosa cerca la gente, ma soprattutto, che cosa trova la gente.

L'ordine nel quale un motore di ricerca restituisce i risultati non è casuale,  affatto. L'ordine dipende da parametri implementati nel motore di ricerca che stabiliscono l'ordine di priorità delle risposte (il cd. "ranking" delle risposte).

Questi parametri, che seguono vere e proprie logiche di intelligenza artificiale, costituiscono un elemento essenziale (insieme al numero di pagine indicizzate) per determinare l'utilità (e il successo) dei motori di ricerca, ma il loro controllo consente anche - se lo si vuol fare - di "indirizzare" le ricerche (un po' come fa Google con le "adwords").

In ogni caso poi il valore  ricavabile dalle milioni di pagine indicizzate, combinato magari con i dati delle ricerche, è assai difficile da stimare.

L'idea di un motore di ricerca europeo era stata lanciata dall'ex presidente francese Jacques Chirac. Il nome del progetto era (in latino): "quaero".

Exalead, titolare di un interessante motore di ricerca per pagine web,  era, appunto, il partner tecnologico che doveva fornire la tecnologia per il motore di ricerca.

Poi, certo, il mercato dei motori di ricerca è un mercato difficile, come si è accorta Altavista, bruciata in partenza dagli sconosciuti golden boys Larry Page e Sergey Brin, ma hanno dovuto constatare anche Yahoo e da ultimo anche l'onnipotente Microsoft, il cui Bing ancora stenta a farsi spazio.

Resta quindi da chiedersi che ci fa una compagnia molto attiva nelle forniture militali (Dessault è molto famosa per un software per il CAD e la simulazione 3D, ma è ancora più famosa per gli aerei militari Mirage, Super Etendard e Rafale, che sono l'orgoglio dell'industria militare francese, l'unica azienda in grado di competere con statunitensi ed ex sovietici ...).

Difficile trovarci un nesso, ma facile ricordare come la storia della stessa Google è sempre stata accompagnata da sospetti di connessioni con l'intelligence statunitense, che alcuni fanno retroagire fino alla fondazione stessa di Google ...

giovedì 10 giugno 2010

Il potere della stupidità

Questo non è un post sull'attualità, sulla politica o sull'economia.

Tutt'altro.

Oggi voglio parlare di libri e (di nuovo) di libri che parlano della stupidità. E' un argomento importante e lo sappiamo tutti. 

Che poi la stupidità sia stata in passato molto studiata anche da storici e magari da storici dell'economia come il prof.Cipolla, ci dice molto sull'immanenza e sulle conseguenze di questo problema. 

Ma è appunto un problema universale.

Ora vi voglio segnalare questo libro: "Il potere della stupidità", di Giancarlo Livraghi, disponibile su Google Books, e prossimo ad un'edizione a stampa anche in Spagna.

Quella del libro è  però anche una storia di libertà e di condivisione delle idee, visto che - come racconta l'autore stesso - il libro è nato in rete e proprio grazie alla messa a disposizione gratuita su internet ha potuto trovare un editore in Spagna per un ulteriore edizione cartacea, dopo quella italiana.

Se vogliamo, il libro è anche  una dimostrazione della stupidità del concetto che l'attuale rigida disciplina del copyright, con le sue esclusive e limitazioni, sia nell'interesse dell'autore, specie di quell'autore che non ha potere contrattuale sulle case editrici.

Ma torniamo a libro e leggiamo:
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