sabato 19 febbraio 2011

Ignorantia legis ...

... non excusat, specie quando riguarda il supremo organo giurisdizionale della nostra Repubblica.

La schermata riportata a fianco è tratta dal "servizio novità" della Corte di Cassazione, un servizio (a cura dell'Ufficio del Massimario) che pubblica le più recenti sentenze della Suprema Corte.

Quale disposizione di legge autorizza l'Ufficio del Massimario a limitare all' "uso personale" (che come tale sarebbe poco confacente all'utilità che ne possono trarre, ad es. avvocati,  magistrati o giornalisti nell'esercizio delle loro funzioni o professioni)?

L'articolo 5 della legge sul diritto d'autore (legge 633/1941)  statuisce che "le disposizioni di questa legge non si applicano ai testi degli atti ufficiali dello Stato e delle Amministrazioni pubbliche, sia italiane che straniere".
  
Quindi alle sentenze della Cassazione (e alle loro massime ufficiali, curate appunto dell'Ufficio del Massimario), a differenza dei lavori delle case editrici private, non si applica il diritto d'autore (e nemmeno il diritto sui generis a favore del costitutore di una banca dati, regolato dalla medesima legge).

Il legislatore (e la legge era firmata da Mussolini ... ) era preoccupato di assicurare la massima diffusione delle norme e degli altri atti ufficiali delle amministrazioni dello Stato (tra le quali, pacificamente, l'Ufficio del Massimario).

I motivi di pubblico interesse del legislatore sono evidenti. Quelli dell'Ufficio del Massimario no.

giovedì 17 febbraio 2011

Social network vietato sul posto di lavoro?

 E' difficile commentare un passo come quello che segue:
"Come da Lei ben conosciuto, la partecipazione a blog o social network durante l'orario di lavoro, è in palese contrasto con la diligente e puntuale esecuzione del lavoro e il ripetuto e reiterato utilizzo di mezzi personali, stante l'inutilizzabilità dei mezzi tecnici messi a disposizione dalla Cassa, testimonia e conferma la volontà pienamente cosciente di contravvenire alle norme per il regolare svolgimento dell'attività lavorativa".
E' la parte finale di una lettera di licenziamento: il licenziamento di un dipendente della Cassa di Previdenza dei Dottori Commercialisti, accusato (oltre che di non aver salutato il Presidente e di aver rivelato ad un utente inferocito il numero di telefono del Diretto Generale) di aver postato commenti caustici (offensivi?) su facebook utilizzando il proprio iPhone personale.

E' una lettera in certi passaggi grottesca: si pretende in particolare di utilizzare la policy aziendale (ampiamente richiamata in altri punti della lettera) di vietare l'uso personale dei personal computer aziendale. E perchè non vietare allora l'uso sul lavoro del proprio cellulare personale?

Non è un punto da poco: in nessun punto della lettera è valutata la prestazione del lavoratore, la sua produttività (tanto di moda ora ...): solo i modi e i mezzi (personali) usati.

Pretendere che il dipendente nel corso dell'orario di lavoro (che negli ultimi , specie nel privato, anni tende spesso a prolungarsi sempre di più ...) sia tagliato fuori da ogni contatto sociale, non solo è paranoico, è impossibile. Non è mai avvenuto e non capisco perchè con internet debba essere diverso.

Probabilmente è anche illegale. Riprendo sul punto il provvedimento 1° marzo 2007 del Garante per la protezione dei dati personali:
"Il luogo di lavoro è una formazione sociale nella quale va assicurata la tutela dei diritti, delle libertà fondamentali e della dignità degli interessati garantendo che, in una cornice di reciproci diritti e doveri, sia assicurata l'esplicazione della personalità del lavoratore e una ragionevole protezione della sua sfera di riservatezza nelle relazioni personali e professionali ...., riguardo al diritto ad ottenere che il trattamento dei dati effettuato mediante l'uso di tecnologie telematiche sia conformato al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato)".

lunedì 7 febbraio 2011

A Detroit invece ...



E' con malcelata soddisfazione che Marchionne ha presentato il nuovo spot della Chrysler, realizzato per il Super Bowl alla modica cifra di 9 milioni di dollari …

E' uno spot che trasuda orgoglio: l'orgoglio di una città che produce macchine: Detroit.

Tanto orgoglio per l'Italia, Marchionne non l'ha mai espresso, semmai ha detto che “Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l'Italia” e che nemmeno un euro dei due miliardi di utile 2010 viene dal nostro paese …..

Oggi per lavoro ero a Torino e non si respirava aria di orgoglio. Qualche sussurro nei corridoi e tanta rassegnazione: Torino – con le sue enormi fabbriche e suoi quartieri a vie ortogonali – è sempre di più una città ex industriale (non post-industriale, solo ex ….).

L'Italia ha aiutato - e salvato - la Fiat, più volte (l'ultima volta mettendo il suo fallimento a carico delle banche con il famigerato 'convertendo'), ma adesso è esausta.

Le macchine che FIAT vende in Italia sono troppo poche (e negli altri paesi europei semplicemente non vende).
E quindi via, con la benedizione del Governo.

In Italia si produrranno ancora auto, certo, ma si produrranno auto straniere, come in Serbia …

domenica 6 febbraio 2011

Dove vanno gli eBook?


 Dove vanno gli eBook?

Qualche giorno fa leggevo che nel mondo dell'editoria vi sono forti aspettative per gli eBook e che, secondo alcuni studi, nel 2014 la maggioranza dei libri sarà venduta in forma elettronica.

In effetti si è vista una forte spinta pubblicitaria e di offerta da parte delle case pubblicitarie, ma anche di altri operatori come le telefoniche (ad. es.TIM con il “biblet”) che hanno fiutato la possibilità di un affare (nel caso delle telefoniche vendere i dispositivi e il collegamento internet necessario per scaricare gli eBook tramite collegamento UMTS).

Ma sono realistici questi obiettivi?

Secondo me no: al tempo del boom del commercio elettronico sembrava che le compravendite tramite internet avrebbero dovuto soppiantare il commercio tradizionale e apportare grandissimi vantaggi agli utenti. Prima ancora si diceva che con l'home banking sarebbero sparite le code in banca. E così via.

In realtà si è visto che queste nuove forme elettroniche coprono bene alcune esigenze di nicchia (spesso nuove esigenze), ma faticano ad entrare nei campi tradizionali.

Un po' è pigrizia e un cattivo rapporto con la tecnologia: molti utenti non sono affatto in cerca di avventure 'tecnologiche': preferiscono fare i chilometri con la macchina per comperare un capo d'abbigliamento scontato, ma non lo comprerebbero mai on-line (cosa che alcuni miei conoscenti fanno con soddisfazione), nemmeno se si tratta di vestiti per bambini (dove le taglie sono un problema comunque e il vestito non deve necessariamente durare).

Io stesso uso un po' il commercio elettronico per comprare libri (in effetti il commercio elettronico in Italia è iniziato con Amazon …) e molto per comprare accessori tecnologici, dalla custodia per il Tom Tom alle cartucce della stampante, ai regali di Natale, dove si fanno risparmi interessanti (oltre alla possibilità di trovare ricambi – come l'alimentatore del mio Asus 700 – praticamente introvabili nei negozi.

Anzi, direi che per i ricambi e accessori Ebay è ormai insostituibile (si dice che anche la NASA abbia fatto ricerche su Ebay per ricambi introvabili necessari per gli Shuttle ….), ma sui consumi 'tradizionali' la penetrazione è meno marcata (anche se ora Ebay si sta spingendo nella compravendita di case e automobili).

Ma oltre alla pigrizia e al rapporto 'passivo' di molti utenti con la tecnologia (che passano con sorprendente e uguale facilità dall'accettazione stupida – cfr. phishing – al rifiuto totale ….) c'è l'aspetto economico ...

Il commercio elettronico, soprattutto quello delle grandi case, non restituisce vantaggi economici agli utenti: se compri un libro su Amazon, il costo di libro e della spedizione è spesso superiore a quello del libro in libreria. Spesso la motivazione dell'acquisto elettronico è l'assortimento, non il prezzo. Cosa diversa se ti rivolgi (rischiando un po' di più, ma non troppo, a conti fatti) a mercanti un po' più … di seconda fascia, come quelli che si trovano su Ebay (vedi le mie cartucce, che – spedizione compresa - pago un quarto di quanto le pagherei in negozio vanno bene uguale se non meglio...).

Grazie a questa situazione dubito molto che attualmente l'eBook convenga a qualcuno.

I problemi sono due: i prezzi degli eBook e il lettore.

I prezzi degli eBook sono assurdamente alti: mi è capitato di vedere alcuni casi (libri di cassetta su Amazon) dove l'eBook costava di più del libro cartaceo: con l'eBook si risparmiava qualcosa sulla spedizione e poi avevi il piacere di avere subito il libro, ma tutto sommato la sensazione è quella di venir presi per il c.... se si tiene conto dei risparmi che un eBook consente ad un editore.

Anche normalmente, sui siti dei grandi negozi online (anche associati agli editori), il risparmio è 'magro' (più che altro la convenienza è sul libro fisico comprato on line).

Poi c'è il problema del lettore, che da solo costa sui 200 euro (anche di più se poi scopri che la custodia – della quale non puoi fare a meno se lo usi in viaggio - non è magari compresa nel prezzo …).

Leggere gli eBook su un computer o su un iPad si può, ma gli schermi lucidi e molto illuminati irritano gli occhi e così ci vuole un lettore dedicato …....

Certo, con l'eBook hai il vantaggio della scelta amplissima di titoli, ai quali puoi aggiungere i libri in pubblico dominio distribuiti, ad es., dal “progetto Gutemberg”, o dall'autore stesso.

Già perchè in molti casi gli autori (specie di libri tecnici) non fanno soldi con le vendite del libro: il loro vantaggio viene dalla diffusione delle loro idee (e del loro nome) e quindi la possibilità di distribuire gratuitamente (o eventualmente a basso prezzo) la propria opera è un vantaggio grandissimo. Attualmente – per fare un esempio – molte case giuridiche chiedono un contributo all'autore per pubblicare un libro cartaceo. Altalex, invece, vende eBook a prezzi molto convenienti. Altri, come Computerlaw 2.0 e Simone Aliprandi hanno deciso di saltare il fosso e privilegiare la diffusione e li distribuiscono gratis.

Qui è il potenziale enorme dell'eBook: ti consente di “disintermediare”: di non legarti ad una casa editrice per pubblicare le tue opere e di reperire opere in pubblico dominio ancora di grande valore.

Il problema è il lettore, che è un costo non giustificabile, quanto meno finchè rimane monofunzionale (non capisco perchè un lettore che ha collegamento UMTS non debba quanto meno gestire la posta e una rudimentale navigazione su internet e magari le telefonate). Ora il mercato degli eBook reader è spesso guidato da soggetti (librerie on line o telefoniche) che hanno interesse a vincolare l'uso del lettore ai soli eBook (e alla fine lo rendono poco appetibile) invece di farlo evolvere come tablet. Poi ci sono problemi tecnologici (lo schermo specializzato necessario per i libri), ma la tecnologia evolve e qualche esempio di schermo dual use sembra ci sia già.

Sperèm ...



lunedì 24 gennaio 2011

Unbundling windows (la via italiana)

Avevo già scritto qualcosa sull'argomento tempo fa.

C'erano già state azioni legali individuali in Italia, come pure in Francia e in diversi altri paesi, con Microsoft per la pratica, posta in essere di concerto con i principali produttori di computers mondiali,  di legare (a quanto pare) inscindibilmente il proprio sistema operativo a quasi ogni nuovo computer prodotto.

La questione aveva anche attratto l'attenzione dell'autorità antitrust della Federazione Russa.

Ora in Italia, un'associazione di consumatori ha deciso di tentare la via della "class action" per ottenere che Microsoft renda effettivo il diritto di comprare un personal computer senza sistema operativo Windows e di riavere indietro i soldi della licenza quando - come pressochè sempre accade - il computer esce dalla fabbrica con il sistema operativo già caricato.

Avrà successo la class action e, soprattutto, nel val la pena fino a tanto che Microsoft offre rimborsi di circa 30 euro nei (rari ) casi in cui un consumatore riesce a giungere al termine della complicata procedura per rinunciare alla immancabile licenza?

La questione però tocca un punto centrale nella formula del successo  di Microsoft, che è inscindibilmente legato alla santa alleanza con i produttori di personal computer, che ha senz'altro contribuito a far sì che oltre il 90% dei computer mondiali esca dalla fabbrica con Windows a bordo ....

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stesso

mercoledì 5 gennaio 2011

Il fumo atomico

Il nucleare è un argomento fortemente emotivo.

Possiamo metterla come vogliamo, ma le immagini della forza devastante del nucleare (non solo le immagini di Chernobyl, ma anche - specie per le generazioni che hanno vissuto, anche brevemente, la “guerra fredda”- quelle di Hiroshima e persino le vecchie immagini dell'atollo di Bikini con il famoso 'fungo atomico'), sono entrate in modo prepotente nell'immaginario collettivo di tutti noi.

E in Italia, sul nucleare si sta giocando sporco.

L'Italia vive, in materia di nucleare un profondo senso di colpa. Nel 1987 sono stati votati – a larga maggioranza – tre referendum contro l'intervento pubblico nel settore nucleare e da allora nella coscienza degli italiani ha cominciato ad insinuarsi (o ad essere insinuato?) il dubbio che il referendum fossero il frutto di una scelta emotiva, antistorica e in fondo sbagliata. Il dubbio che forse si fosse buttato via il bambino con l'acqua sporca, che mentre in Italia si vietava, all'estero si sviluppava il nucleare con grandi benefici per tutti …

E' così?

Mah, ci sarebbe bisogno di un sereno dibattito, ma il problema è che l'argomento del nucleare, oltre ad essere un argomento emotivo (o forse proprio perchè è un argomento emotivo), è diventato un argomento di propaganda politica.

E non giova alla serenità della discussione il disinteresse interessato di campagne (dal costo, pare, di circa 6 milioni di euro) come quella promossa da www.forumnucleare.it, un'associazione che vede tra i soci sostenitori- guarda caso - sia ENEL che EDF (le compagnie energetiche pubbliche di Italia e Francia).

Per giungere ad una posizione ci vorrebbe l'aiuto di un esperto (possibilmente disinteressato …), ma secondo me può essere comunque utile evidenziare alcuni elementi, non così difficili da reperire , che possono aiutare ad affrontare (e secondo me a superare) il “senso di colpa” e a sfatare alcuni “miti” ben radicati nella coscienza collettiva.

Il primo mito è quello secondo il quale la scelta italiana sarebbe stata antistorica e in controtendenza con gli altri principali paesi. Falso: nel 1987 il nucleare ha subito uno stop in tutto il mondo. I dati della produzione nucleare statunitense sono inequivocabili: tutte le centrali nucleari attualmente in funzione derivano da progetti iniziati prima del 1987

In proposito, il grafico che segue, tratto da wikipedia, è assolutamente esaustivo.



Ad oggi, in tutto il mondo le nuove centrali in costruzione sono in grandissima maggioranza in Cina, India e paesi ex Urss (su 65 centrali in costruzione, solo 2 sono in costruzione in Francia e USA – dove devono tra l'altro affrontare l'obsolescenza del parco installato – 2 in Giappone, 4 in Corea del Sud, contro 11 in Russia, 6 in India e 26 in Cina. Tra gli outsider si notano: 1 in Pakistan, 1 in Iran ...). 

In effetti, proprio dai dati dalla produzione americana (dove l'energia nucleare è prodotta da compagnie private e non vi è stato alcun referendum), sembra proprio emergere uno scenario secondo il quale i due choc nucleari (l'incidente rischiato di Three Mile Island e quello purtroppo avvenuto di Chernobil) abbiano in effetti raffreddato l'interesse dell'economia (e non della politica …) verso il nucleare. Un raffreddamento che – nei paesi con economia di mercato (e senza volontà di potenza, come alcuni paesi dell'ex blocco dell'est, oltre a Pakistan e Iran dove la corsa al nucleare è continuata) – dura da trent'anni, salva una debole ripresa dell'ultimissimo periodo.

Il secondo mito da sfatare è (come segnala Chicco Testa, a suo tempo promotore dei referendum e ora passato ai 'nuclearisti') il fatto che i referendum abbiano vietato il nucleare in Italia. Non è affatto così: i referendum hanno abrogato: (primo quesito) norme che consentivano di costruire centrali nucleari anche senza il consenso dei comuni e delle regioni; (secondo quesito) norme che prevedevano finanziamenti alle regioni che accettavano centrali nucleari e (terzo quesito) norme che consentivano all'ENEL di partecipare alla realizzazione e all'esercizio di centrali nucleari all'estero.


Tra l'altro nessuna delle abrogazioni disposte dal referendum fu in pratica rispettata. Copio e incollo dal sito newclear.it (il blog dei 'nuclearisti'): -  -

... quei tre quesiti sono stati superati dalla storia. Il potere sostitutivo del Cipe ancora esiste, ed è stato addirittura introdotto nella Carta costituzionale con la riforma del titolo quinto del 2001. L’erogazione dei contributi ai territori che ospitano impianti termoelettrici è proseguita nonostante l’esito referendario. E il divieto per l’Enel di assumere partecipazioni all’estero nel settore nucleare è decaduto con la privatizzazione dell’azienda. Questo consente all’Enel di svolgere all’estero attività legate al nucleare...“

E allora perchè sono state chiuse?

Non certo in forza del referendum, anche tenuto conto che Caorso, l'unica centrale veramente operativa, fu chiusa quasi 3 anni dopo, nel 1990.

Il terzo mito è che il nucleare dia l'indipendenza energetica dall'estero.

Sotto questo aspetto vanno tenuti presente due aspetti:

  1. il nucleare si presta bene a produrre una “base” di energia, ma le centrali non possono essere spente tanto facilmente e resta sempre il problema dei picchi di energia (ce l'hanno anche i francesi);
  2. la tecnologia nucleare e la materia prima (l'uranio) vanno comprati dall'estero e a costi non indifferenti, né facilmente quantificabili a priori.

Soprattutto il secondo punto fa si che l'indipendenza dall'estero possa risultare più apparente che reale.

La tecnologia nucleare si è infatti sviluppata da tempo al traino degli investimenti militari e non è un caso che i paesi leader nelle relative tecnologie (USA, Russia, Francia e ora Cina) siano tutte superpotenze nucleari. In tutti questi paesi l'investimento pubblico è stato fortissimo già dall'immediato dopoguerra, con chiari obiettivi politici e militari (un esempio è stato la Francia che ha sempre avuto l'obiettivo di dotarsi di una forza militare che la rendesse indipendente anche dalla NATO). Le relazioni tra investimenti pubblici (militari) e costo del nucleare sono state chiaramente spiegate da un esperto – Carlo Rubbia – in questo intervento televisivo.


L'Italia questi interventi pubblici non li ha mai avuti (quanto meno non nella misura della Francia e delle altre superpotenze) perchè l'obiettivo di fare dell'Italia una potenza nucleare non è mai entrato nell'agenda politica.

Inoltre l'uranio è un minerale che – almeno ad oggi – si trova solo in pochi posti nel mondo e – a fronte degli ingenti investimenti necessari per acquisire una capacità nucleare - è difficile avere certezza di avere un rifornimento costante nel tempo in termini di qualità e prezzi (negli ultimi anni – nonostante il forte afflusso di uranio militare derivante dalle testate atomiche smantellate – il prezzo dell'uranio è in forte aumento …).

Mancanza di tecnologia e mancanza di accesso al minerale, rendono così necessario associarsi ai programmi di un paese straniero (nel nostro caso la scelta è caduta sulla Francia e quindi su EDF …), assumendosi i relativi costi, ma senza poterne assumere il controllo, e così anche il sogno dell'indipendenza dall'estero rischia di rimanere – appunto – un sogno.

Tutto ciò premesso e anche senza bisogno di prendere in considerazione il problema di trovare siti nucleari in un pase in cui le zone più adatte -ossia on sismiche e ricche di acqua dolce) sono anche tra le più densamente popolate d'Europa o i problemi dello smaltimento delle scorie radioattive, la scelta di tornare o meno al nucleare è una scelta difficile   che non va fatta sulla scorta dell'emotività e dello spirito di revache (magari anche solo di matrice politica...).

venerdì 31 dicembre 2010

Buon anno!



Questo video ha contribuito a risolvere uno dei dubbi più esistenziali che mi assillavano: a che servono le sciabole da sommelier che alcuni rinomati negozi di articoli da casa e da regalo espongono in questi giorni in vetrina? A che potevano servire le sciabole da granatiere che non è difficile trovare esposte da un brocante francese?

Ad aprire, le bottiglie da champagne! Ma è ovvio ....

La pratica si chiama "sabrage", che pare sia stata resa di moda nientemeno che da Napoleone Bonaparte e consiste nell'aprire la bottiglia di champagne con un colpo di sciabola.

In pratica si sfrutta la tensione alla quale è sottoposta la bottiglia a causa della notevole pressione interna, per cui un colpo secco con il dorso della lama è sufficiente a far saltare di netto il tappo con l'anello di vetro che lo circonda e senza provocare schegge. Se si è abbastanza bravi, si può tentare, come nel video, con il bordo del bicchiere stesso.

Cin cin!

giovedì 23 dicembre 2010

Il Natale dei tempi che corrono .....


Non se è il lavoro, il tempo o la combinazione di tutti e due, ma mi sento un po' come il Babbo Natale nella foto ...

Bah ... Se sopravviverò alle mangiate dei prossimi giorni, magari tornerò a scrivere qualcosa di più intelligente.

Nel frattempo: Buon natale!

giovedì 9 dicembre 2010

L'idraulico polacco

Ricordate il mito dell'idraulico polacco, l'immigrato che, con la sua disponibilità all'immigrazione e al lavoro a basso costo minacciava il benessere di paesi ricchi d'europa?

Era il 2005 e l'idraulico polacco in francia era il simbolo stesso della globalizzazione che minacciava redditi degli artigiani e lavoratori nostrani.

E adesso?
Adesso tempo proprio che le cose siano drasticamente cambiate.

I redditi si sono in effetti ridotti, ma soprattutto è crollata l'economia (e certo non solo per colpa dell'idraulico polacco ....) e in europa si sono ormai invertiti i flussi migratori. Ora si migra verso la Polonia e non solo dai paesi più poveri, ma anche da paesi ricchi come la germania ...

Ora la Polonia è il paese europeo che cresce di più e la spinta dei consumi (che lì crescono, non come da noi ...) fanno correre l'economia.

Sic transit gloria mundi.

giovedì 2 dicembre 2010

Buoni a nulla, capaci di tutto



Chiariamo subito un punto: il titolo non si riferisce direttamente alle capacità più o meno pronunciate dei personaggi ritratti nella foto.


I soggetti ritratti nella foto probabilmente li conoscete. Si tratta di: Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, Mussari, presidente dell'ABI e Marchionne, amministratore delegato di FIAT.


Senz'altro tra le persone di maggior successo (e tra le più potenti) in Italia.


E che hanno in comune questi tre signori?


Sono tre laureati in legge.


Tre avvocati? No, assolutamente no. Forse due di loro (Mussari e Marchionne), in gioventù, hanno anche fatto l'avvocato, ma ora fanno altro e fanno bene.


Eppure quando studi legge, subito ti dicono “vuoi fare l'avvocato?” e il nomignolo di avvocato ti accompagna già dall'università.


E in effetti una laurea in legge non ti da gli elementi fondamentali per occuparti dell'amministrazione di una società e, in quest'ottica, un laureato in legge, per un'azienda, è – se non ai limitati fini dell'ufficio legale interno (quando c'è) – un “buono a nulla”.


Eppure lo studio della legge è una scuola dura, che diventa sempre più dura dopo, quando la sola conoscenza tecnica acquisita all'università non serve assolutamente a nulla senza una profonda conoscenza dei bisogni (e del lavoro) degli altri (ossia dei tuoi “clienti” interni).


E' anche così che qualche volta emerge qualcuno che risulta “capace di tutto”. Resta da vedere se questi tre personaggi avrebbero avuto analoga carriera se si fossero incamminati lungo il percorso dell'avvocatura, ma lasciatemi pensare che magari non sarebbe successo.

domenica 14 novembre 2010

Ebook? No grazie

Natale si avvicina e con essa la scelta dei regali. Quest'anno stavo pensando se (farmi) regalare un ebook reader.
Ci ho pensato per bene perchè è un aggeggio che mi manca ed essendo io un lettore accanito, la cosa mi interessava: un ebook reader può semplificare la gestione della biblioteca (a casa ho ormai più di 1000 libri …) e alcune funzioni, come il “text to speech” (la capacità dell'ebook di “leggere” il testo) possono prestarsi ad applicazioni interessanti (per chi come me ha molta dimestichezza con l'inglese scritto, ma poca con il parlato, può essere utile per aumentare la comprensione della lingua parlata).

Tutto sommato preferisco evitare di comprami l'ennesimo gadget che alla fine ha un uso solo (consentire la lettura di libri, che si leggono benissimo anche su carta …) e semmai aspettare che scendano di prezzo – o aumentino decisamente le prestazioni – i vari tablet (iPad, Samsung GalaxyTab) in modo da procurarmi un apparecchio davvero multifunzione, che all'occorrenza consenta di sostituire anche un pc.
Quali sono gli aspetti che trovo limitanti per un ebook reader?
Ha una funzione sola: leggere libri, che può essere egregiamente assolta dai libri tradizionali (e non tutti gli ebook reader hanno una funzione “text to speech”) …. Di regola non sono neppure dotati di browser per navigare in intenet, né sono in grado di fungere da p.c., nemmeno in inviare e-mail, né da semplice navigatore, come un comune smartphone.

Le batterie durano spesso poche ore (da nuove) e in moltissimi modelli possono essere cambiate solo dall'assistenza (un'altra spesa ...). Considerando che un'ora o due di lettura al giorno per un pendolare non sono infrequenti e che la capacità delle batterie decade con l'uso, si rischia di trovarsi presto con l'ebook reader in carica tutte le sere o quasi. Se poi il viaggio è lungo, la durata massima delle batterie potrebbe non bastare neppure ...

Semplicità d'uso: il libro cartaceo è di una semplicità proverbiale. Con gli ebook devi cominciare a valutare se l'ebook è compatibile con il tuo lettore e comunque gli ebook sono protetti da sistemi DRM che possono dare altri problemi di uso e compatibilità …

Durata: un libro dura per sempre, un ebook teoricamente anche, ma in pratica nessuno può garantire per quanto tempo una tecnologia sarà supportata in futuro. Già adesso ci sono formati di file che andavano per la maggiore solo 15 anni fa che ora sono illeggibili ...

Facoltà d'uso: il libro è mio e lo posso prestare e vendere (sono protetto dalle interferenze da parte dell'editore dall'istituto dell' “esaurimento del diritto: art.17, comma 2, l.633/1941), che non si applica ai file scaricati da internet, (art. 17, comma 3, l.633/1941) come gli ebook, con la conseguenza che l'editore può legittimamente licenziare l'ebook solo per un lettore e impedirne l'ulteriore circolazione (a meno di vendere o prestare anche il reader) …

Prezzo: un ebook reader costa attorno ai 150/200 euro, mentre gli ebook, specie relativi a titoli di cassetta, costano forse solo un 15% meno dei libri tradizionali (ma in molti casi ho visto prezzi tra i 9 e gli 11 euro anche per titoli ormai reperibili anche come paperbacks) ….

E chi me lo fa fare di spendere soldi per una tecnologia così?

giovedì 4 novembre 2010

La guerra bianca

Il 4 novembre è la "festa della Vittoria". E' anche il termine di una delle fasi più laceranti della storia italiana: l' "inutile strage" di Benedetto XV, forse ancora più lacerante della pur più cruenta seconda guerra mondiale.

Altro che vittoria. Quella guerra non segnò per l'Italia solo la fine dello stato liberale (oltre che di centinaia di migliaia di vite: ai 600.000 caduti militari, bisogna aggiungere le migliaia di morti civili  - più di 300.000 -  causati dall'epidemia di "spagnola"   che nel 1918 infierì duramente su una popolazione già stremata dalle privazioni della guerra) ma anche l'inizio di una fase di crisi prima e di dittatura poi che ci portò - nel 1940 - ad una nuova e più distruttiva guerra.

La prima guerra Mondiale è anche una delle fasi della storia d'Italia che - già da ragazzino - mi ha maggiormente interessato, tanto che ricordo che la mia tesina di storia all'esame di terza media riguardava proprio le origini del conflitto.

Visto che ragazzino lo sono ancora, in questi anni ho letto molti libri sulla prima guerra mandiale, e da ultimo, "La Guerra Bianca" di Mark Thompson, raro esempio di un libro sulla guerra sul fronte italiano scritto da un autore straniero.

Libro interessante, più che per gli eventi più propriamente militari, per gli approfondimenti sugli aspetti di cultura e costume dell'epoca: un'Italia caratterizzata da una distanza estrema tra la politica e la gente, dalla disciplina assurda nei confronti dei  soldati semplice (che morivano come le mosche in attacchi totalmente insensati) e della totale irresponsabilità dei comandi pur di fronte ai reiterati fallimenti.

In tutta Europa (nonostante le avvisaglie che già si rinvenivano negli ultimi conflitti, come la guerra Anglo-Boera e - in particolare - quella Russo-Giapponese del 1908) i paesi furono presi di sorpresa dalla violenza e dalla peculiare disumanità del conflitto. In pochi paesi (forse solo nella Russia zarista), si ebbe come in Italia una preconcetta e stolida contrapposizione tra il comando e l'esercito, che bloccò ogni innovazione e portò inevitabilmente alla sconfitta di Caporetto (e al correlativo mito dello "sciopero militare", inventato per ribadire l'italica convinzione della responsabilità esclusiva del 'fante').

Un'Italia lontana e vicina allo stesso tempo.


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